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Spettacoli

Miseria e Nobiltà: la “SCARPETTIANA” D.O.C. di Luigi De Filippo.

A Sipario Chiuso. La recensione dello spettacolo “Miseria e Nobiltà”di Luigi De Filippo andato in scena al Teatro Gesualdo di Avellino.

Massimo esponente della grande tradizione teatrale dialettale, Eduardo Scarpetta, fin dai primi anni della sua carriera, aveva una idea fissa, ovvero riformare il Teatro Napoletano nella sua intima essenza e risollevare le sorti, la credibilità e la dignità della grande arte comica partenopea.

Non più maschere, non più macchiette, non più caricature, ma uomini contemporanei, interpreti della vita reale, quella di tutti i giorni, che dispensatrice di battute e situazioni credibili e concrete, mitiga l’eccessivo colore e il grottesco, avvicinandosi al repertorio francese, sia pur adeguandolo al sentire napoletano.

E fu Eduardo il primo che portò a compimento la rivoluzione di Scarpetta, ricusando il vecchio modo di recitare, e il trucco pesante e liberandosi del vernacolo petitiano.

Concretizzò così la sua operazione culturale e di cultura con le rielaborazioni delle opere di Feydeau, già di per se aderenti allo spirito e alla sua concezione teatrale, ispirata e tendenzialmente rivolta al conseguimento di una massima ilarità.

Non stupiamoci quindi, che questo classico scarpettiano ci proponga equivoci, gag, caratterizzazioni, intrecci e intrighi, trovate ai limiti dell’assurdo, capovolgimenti di situazioni dal ritmo incalzante, grazie ad attori perfettamente in parte che agevolano l’esasperata complessità del meccanismo teatrale.

Comprensibile che Luigi De Filippo abbia rivolto la sua attenzione e cura, nella sua messa in scena, al rispetto della tradizione, conservandone i valori irrinunciabili, sia pur donando nuova vigoria e freschezza alla consueta classicità che, connotata da una sconosciuta leggerezza e garbo , esalta gli insiti valori familiari, avulsi e lontani dalla contemporaneità.

Un’opera divisa tra rappresentazione di povertà e ricchezza, di ambienti e caratteri stridenti e contrastanti; un primo atto connotato da una miseria nera e tragicamente tangibile e un secondo atto esaltato e “nobilitato” dal lusso sfrenato, nel gioco al massacro tra vero e falso, assecondando e negando il così è se vi pare, tra il dico e il non dico, in una sarabanda di scontri, incontri, qui pro quo, amorini, turbamenti, amorazzi, figli, padri, nobili veri e improvvisati, intrallazzi, veri poveri, falsi ricchi e incroci di personalità.

Una messa in scena della migliore tradizione, un allestimento insolitamente curato (se non per una immagine sacra della Madonna col Bambinello a cui una delle protagoniste si rivolge chiamandola San Gennaro) e opportunamente snellito, privilegiando caratteri e situazioni in una maggiore aderenza ad una attualità recitativa e registica: ritmo, calore e calcolate, studiate pause sortiscono il loro effetto come le risate e gli applausi a scena aperta la fanno da padroni.

E intelligentemente ispirata alla lezione del passato glorioso dei suoi avi, la regia e l’interpretazione di Luigi, rivalutando l’umorismo come parte amara della comicità e facendo sue alcune “chicche” del padre, in questa sua personale e umana interpretazione, diverte, appassiona e convince, ritrovando quella ironia e umanità che danno nuovo colore e calore alla commedia, e “quella” risata un po’ beffarda, un po’ amara che riporta alla mente l’indimendicato Peppino.

E un evviva al sottovalutato scontato sopportato Scarpetta quando viene così nobilitato!

* Foto di Luca De Ciuceis scattate durante lo spettacolo messo in scena al Teatro Carlo Gesualdo di Avellino


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