Pericolo VESUVIO: Un'emergenza difficile

Gli scavi di pompei

La pianificazione dell'"emergenza Vesuvio" pone numerosi e gravi problemi, in parte connessi con la dinamica che può caratterizzare un' emergenza vulcanica e in parte legate alla specificità dell'area vesuviana.

 

Quale piano di Protezione Civile ?

di Francesco Santoianni

In primo luogo va detto che una qualsiasi emergenza vulcanica impone all'operatore di protezione civile tutta una serie di non facili scelte: una eruzione, a differenza di quanto avviene per i terremoti, é prevedibile anche se, ancora oggi, non é possibile stabilire quale sarà il suo andamento; se si concretizzerà, cioè, in fenomeni certamente spettacolari ma che non costituiscono una minaccia diretta per la vita umana come le colate laviche o se evolverà in forme catastrofiche come nubi ardenti (surge) o valanghe di cenere (lahar). Certamente, di fronte ad un allarme vulcanico é possibile operare la scelta apparentemente più "comoda" per gli operatori di protezione civile: ordinare "a scopo precauzionale" la completa evacuazione dell'area. Ma per quanto tempo? Una situazione di allarme vulcanico può durare anche anni e i danni (economici e sociali) di una evacuazione possono essere anche altissimi così come é stato nel 1976 nelle Guadalupe quando un intero arcipelago fu fatto evacuare per 10 mesi per fronteggiare una eruzione che poi si risolse sostanzialmente in una innocua colonna di fumo.

Una "inutile" evacuazione a scopo preventivo, tra l'altro, rischia di ingenerare tra la popolazione sfiducia nelle strutture preposte alla sorveglianza vulcanica e alla protezione civile, soprattutto considerando che una eruzione attira in zona decine di vulcanologi di tutto il mondo alcuni dei quali possono essere tentati di attirare su di sé l'attenzione dei mass media con dichiarazioni in plateale contrasto con quelle della struttura ufficialmente preposta alla sorveglianza. Nei casi estremi questa sfiducia può determinare una situazione che nel "disaster management" (la disciplina che si occupa della pianificazione e gestione delle emergenze) viene etichettata come WWS (Wolf Warning Syndrome) o "al lupo, al lupo": di fronte a ripetuti falsi allarmi, il generale sarcasmo e la perdita di credibilità del disaster manager ingenera nella popolazione un senso di irresponsabile sicurezza che può essere foriera di conseguenze catastrofiche soprattutto durante una operazione che caratterizza molte emergenze vulcaniche: la rimozione del fallout piroclastico.Le eruzioni vulcaniche esplosive lanciano nell'atmosfera una enorme quantità di ceneri e lapilli che, sotto l'effetto della forza di gravità e del vento, ricadono in un area più o meno vasta; gli effetti possono essere disastrosi in quanto il fallout di materiale piroclastico può appiccare incendi, determinare frane, accumularsi sui tetti delle abitazioni provocandone il crollo... Non a caso l'atteggiamento delle popolazioni (anche di quelle vesuviane), durante numerose eruzioni, è stato quello di restare in zona, soprattutto per proteggere le proprie abitazioni spalando la cenere che il vulcano andava accumulando sui tetti. Ovviamente, questo insostituibile impegno delle popolazioni non è privo di rischi in quanto l'eruzione può determinare, in breve tempo, l'insorgere di fenomeni fortemente distruttivi come emissione di nubi ardenti (surge) mentre forti terremoti o nubifragi possono innescare rovinose frane (lahar). In passato nell'area vesuviana il continuo riproporsi di eruzioni vulcaniche, e quindi lo strutturarsi di una "memoria storica" (o, per dirla con termini sociologici, "subcultura da disastro") aveva fatto sì che questa permanenza in zona durante le eruzioni non comportasse significativi pericoli in quanto le popolazioni dell'area "capivano" l'approssimarsi della fase parossistica delle eruzioni, ad esempio, interpretando il colore delle ceneri emesse. Oggi, invece, nonostante la presenza di una efficiente struttura di sorveglianza vulcanica, capace di prevedere con un largo anticipo l'evoluzione della dinamica eruttiva, vi è il rischio che la perdita di credibilità di questa, determinata da una "affrettata" evacuazione "preventiva" finisca per minare quel fondamentale rapporto di fiducia tra autorità e popolazione che dovrebbe regolare ogni emergenza. In questo senso l'insorgere di micidiali fenomeni vulcanici potrebbe finire per trovare una popolazione che, sfiduciata e frastornata dalle dichiarazioni contraddittorie dei vulcanologi riportate o enfatizzate dai mass media, è ritornata in zona per salvare dalle ceneri o dai saccheggi le abitazioni abbandonate prematuramente.

Il "caso Vesuvio"

A queste difficoltà, insite in ogni emergenza vulcanica, vanno ad assommarsi quelle legate alla specificità dell'area vesuviana, caratterizzata da una elevatissima densità urbanistica e da una drammatica vulnerabilità sociale e culturale.

Soffermiamoci su questo ultimo aspetto. L'ultima eruzione si é verificata oltre  mezzo secolo fa e questo significa che la popolazione dell'area, a differenza di quelle che l'hanno preceduta, non sa cosa sia effettivamente una eruzione vulcanica.

Ciò risulta estremamente rilevante nella pianificazione della futura emergenza in quanto quella "memoria storica" strutturatasi nel corso di quattro secoli di storia eruttiva (dal 1631 al 1944 il Vesuvio é stato, praticamente, sempre in attività eruttiva esterna) e che, per esempio, permetteva alle popolazioni vesuviane di restare sul posto durante le eruzioni per spalare le ceneri che il Vesuvio andava accumulando sulle case e di allontanarsi solo allorquando l'eruzione stava per raggiungere la fase parossistica é definitivamente compromessa.

 Il limitato numero di vittime determinato in passato dalle eruzioni del Vesuvio sono una conferma di questo modo di rapportarsi al vulcano.

Va sottolineato, infatti, come le eruzioni vesuviane, quasi sempre caratterizzate da una significativa esplosività, abbiano in passato provocato un numero relativamente basso di vittime, fatta eccezione per le eruzioni del 79 e del 1631 che, non a caso, aprivano un ciclo vulcanico dopo una calma durata secoli e che trovavano, quindi, la popolazione completamente impreparata ad affrontarle.

 Ad eccezione di queste due catastrofi, in nessuna delle altre eruzioni si registrano morti causati dal "panico" conseguente ad una precipitosa fuga; quasi sempre, invece, le vittime sono da annoverare tra quelle persone che preferirono restare sul posto per motivi di fanatismo religioso (crollo della chiesa a S. Giuseppe Vesuviano durante l'eruzione del 1906), tra persone anziane che preferirono morire piuttosto che abbandonare le proprie abitazioni (1794 Torre del Greco, 1944 San Sebastiano), o tra curiosi avvicinatisi troppo ai crateri per ammirare da vicino l'eruzione (1861).

Dal secondo dopoguerra in poi la situazione cambia clamorosamente.

A monte di un apparente "spegnimento" del vulcano (l'ultima fumarola visibile a valle risale alla fine degli anni '50) l'area conosce un abominevole sviluppo gonfiandosi di centinaia di migliaia di persone che si insediano sempre più in alto, verso i crateri o, addirittura, nei crateri.

Ognuno vuole vedere nella fittissima urbanizzazione dell'area la garanzia del definitivo "spegnimento" del vulcano e la parola "eruzione" diventa tabù: un sinonimo di sicura e improvvisa morte.

Un evento dal quale salvarsi con la fuga. Nasce da qui il panico che potrebbe scatenarsi oggi nell'area vesuviana alla percezione di un evento sia pure banale per un'area vulcanica come un boato sotterraneo, un terremoto, una vistosa fumarola sul Vesuvio; gli scenari ipotizzati sono drammatici: risse e conflitti a fuoco agli incroci, ai caselli autostradali, ai distributori di carburante... vittime per schiacciamenti, infarti, incidenti...

Di fronte a questo pericolo, fondamentale sarebbe sviluppare una capillare campagna di informazione per restituire alle popolazioni vesuviane quella "memoria storica" che le ha permesso di convivere per secoli con le eruzioni del Vesuvio. In realtà tutto sembra andare nella direzione opposta.

La lettura di una eruzione come un evento improvviso, imprevedibile e immediatamente distruttivo viene ogni giorno di più istituzionalizzata da molti mass media (addirittura si è arrivati a favoleggiare su un noto settimanale di "un milione di morti in caso di risveglio del Vesuvio") mentre il Piano di emergenza prodotto nel 1995 dal Dipartimento Nazionale alla Protezione Civile rischia, addirittura, di peggiorare la situazione.

La pianificazione dell'emergenza nell'area vesuviana

La storia dei "piani di emergenza" dell'area vesuviana è costellata sostanzialmente da fallimenti. Il più antico Piano giunto fino a noi, risale al 1872: approntato in tutta fretta dalla Guardia Nazionale, non dovette essere particolarmente efficace considerato che la stragrande maggioranza delle medaglie al merito consegnate ai militari che si distinsero in quella emergenza hanno come motivazione: "non appena avuto sentore dell'eruzione, di sua spontanea volontà si recava..." o, ancora peggio, "senza direttiva alcuna, si recava..."

Stessa situazione per il piano di emergenza, approntato in tutta fretta per l'eruzione del 1906, anche se va detto che l'operato delle autorità nella fase del ripristino del territorio si distinse per tempestività ed efficienza .

Nel marzo 1944, l'eruzione del Vesuvio si verificò mentre il Sud Italia era occupato dalle truppe alleate e il Piano di emergenza si scontrò con le difficoltà determinate dalle distruzioni della guerra. A Napoli regnava la fame e il tifo petecchiale ed era pronto uno sgangherato piano per evacuare le popolazioni vesuviane in Sicilia, direttiva che, per fortuna, fu abbandonata con il cessare dell'eruzione.

Nel 1984 venne varato un "Piano di emergenza" che aveva dell'incredibile prevedendo, tanto per dirne una, per i sinistrati dei comuni colpiti dall'eruzione del Vesuvio un alloggiamento "negli alberghi dislocati possibilmente nei comuni dell'area vesuviana meno colpiti dall'evento eruttivo"; probabilmente accortisi dell'impossibilità di attuare le direttive contenute nel piano, questo venne accantonato in tutta fretta dai burocrati che l'avevano redatto.

Dalla seconda metà degli anni ottanta, comincia la saga di innumerevoli comitati interministeriali, commissioni scientifiche, dichiarazioni ufficiali dei vari ministri succedutisi al dicastero della Protezione Civile... tutti dedicati alla necessità di dotarsi di un efficiente Piano di emergenza dell'area vesuviana. L'elenco potrebbe essere sterminato, ma limitiamoci alle Commissioni nate in questo decennio.Nel 1991, a seguito di un parere espresso dalla <<Commissione tecnico-scientifica a base interdisciplinare per lo studio dei problemi relativi alla individuazione dei rischi che comportano misure di protezione civile per i vari settori di rischio - settore rischio vulcanico>> (seduta del 27 aprile 1988) e dopo la costituzione di una <<Commissione per l'Indagine della vulnerabilità sismica degli edifici pubblici e strategici dell'area vesuviana>> (Ordinanza Ministeriale 30 giugno 1988, n. 1488-FPC), veniva costituita la <<Commissione incaricata di stabilire le linee guida per la valutazione del rischio connesso ad eruzione nell'area vesuviana>> che, pare, nel novembre 1992 consegnava al Dipartimento Nazionale alla Protezione Civile una relazione conclusiva che, incredibile a dirsi, veniva tenuta segreta, nonostante le numerose richieste di visione portate avanti da studiosi e da amministrazioni comunali dell'area vesuviana.

 Intanto, con ordinanza del Sottosegretario di Stato della Protezione Civile n. 216/FPC, il 5 settembre 1991, era stata costituita la <<Commissione incaricata di provvedere all'elaborazione di un piano di emergenza dell'area vesuviana connesso a situazioni di emergenza derivanti dal rischio vulcanico>>.

Quest'ultima Commissione avrebbe dovuto concludere i suoi lavori nel giugno 1994 ma già nel maggio di quell'anno otteneva una prima proroga di un anno.

Se ci si è soffermati su questo noioso elenco (che avrebbe potuto, tra l'altro, contemplare altri comitati e commissioni) non è certo per scrupolo filologico ma perché da esso si evidenzia quella che è stata finora la caratteristica saliente della pianificazione dell'emergenza nell'area vesuviana: il trascinarsi di anno in anno, di commissione in commissione, senza il raggiungimento del traguardo costituito da un reale Piano di emergenza.

C'è una possibile spiegazione a questi continui ritardi.

Il punto focale della pianificazione dell'emergenza nell'area vesuviana è rappresentato dal cosa fare all'insorgere di fenomeni che possono prefigurare un allarme vulcanico.

Come già detto, la reazione delle odierne popolazioni vesuviane sarebbe quella di una precipitosa e catastrofica fuga e, non a caso essa istericamente sollecita oggi un "piano di evacuazione", la costruzione di "nuove strade per scappare" o, ancora peggio, della distribuzione preventiva di "maschere antigas".

Purtroppo questo stesso atteggiamento ha permeato finora la pianificazione dell'emergenza nell'area vesuviana che, invece di operare nella direzione di una campagna di informazione per restituire alle popolazioni vesuviane la giusta lettura di una eruzione (un evento certamente preoccupante ma prevedibile con settimane, mesi di tempo e non immediatamente distruttivo) ha preferito, con fiero cipiglio, teorizzare "piani di evacuazione" che per il loro stesso esistere istituzionalizzano l'assurda e pericolosa credenza di una eruzione come un fenomeno improvvisamente e inaspettatamente distruttivo.

E dopo essersi resi conto che tutte le articolazioni possibili di questa direttiva (utilizzo prioritario dell'autostrada Napoli-Salerno, impiego della rete ferroviaria, sbarco di mezzi anfibi...) si risolverebbero in una immane carneficina, si finisce per teorizzare "piani di emergenza" che devono restare "segreti" e/o ci si riduce a declamare ovvie condanne dell'urbanizzazione selvaggia che caratterizza le pendici del Vesuvio.

 Questo è il vero motivo per il quale non è stato ancora redatto per l'area vesuviana un Piano di emergenza degno di questo nome.

Questo è il vero motivo per il quale il documento "Pianificazione nazionale d'emergenza dell'area vesuviana" presentato dal Sottosegretario alla Protezione Civile Franco Barberi, prima ai giornalisti, il 25 settembre 1995 e poi ai sindaci dei comuni vesuviani il 6 ottobre 1995, difficilmente si tradurrà in qualcosa di più di un elenco di buone intenzioni, in un vero Piano.

Il "Piano di emergenza" del 1995

Al di là di queste considerazioni il documento presentato dal Sottosegretario alla Protezione Civile Franco Barberi ha suscitato non poche perplessità .

Per quanto riguarda il metodo, fa certamente testo l'appello, presentato nella primavera del 1995, di undici sindaci dell'area vesuviana contro l'estromissione delle comunità locali dalla pianificazione dell'emergenza; a questo è da aggiungere che questo Piano di emergenza, a differenza di quello che avviene per molti piani redatti in altri Paesi, non ha conosciuto nessun momento di verifica tecnica da parte di istituti di ricerca indipendenti che ne attestano l'attendibilità, ma è stato approvato dalla stessa Commissione che lo ha redatto.

Per quanto riguarda il merito del Piano, va detto che esso (nonostante l'indubbia autorevolezza e prestigio accademico di molti dei componenti la Commissione e nonostante quattro anni di lavori e 1.400 milioni di stanziamento) ripropone pedissequamente gli stessi percorsi del Piano che, nel 1983, avrebbe dovuto affrontare l'emergenza bradisismo e la paventata eruzione nei Campi Flegrei. Anche oggi, come allora, lo "scenario" prospettato è quello più catastrofico e la popolazione è semplicemente un problema di ordine pubblico; anche oggi, come allora, la presentazione del Piano ha determinato nelle popolazioni panico e paure che lasciano presagire il peggio in una situazione di reale emergenza.

Al di là di ciò, sono presenti nel Piano alcune insoddisfacenti direttive che riteniamo debbano essere riformulate.

Il Piano di emergenza, come è noto, prevede, in caso d'allarme vulcanico, l'evacuazione generale e immediata di tutta la popolazione; per comprendere quali rischi ingeneri questa direttiva è necessaria una precisazione. Come già detto, oggi per le popolazioni vesuviane la parola eruzione è sinonimo di sicura e improvvisa morte. Un evento dal quale salvarsi con la fuga. E il pericolo più grande nell'area vesuviana è costituito dal panico che potrebbe scatenarsi al manifestarsi di un evento improvviso (e del tutto "normale" in un'area vulcanica) come una fumarola o un boato sotterraneo e gli scenari ipotizzabili in questa circostanza sono drammatici: risse e conflitti a fuoco agli incroci, ai caselli autostradali, ai distributori di carburante... vittime per schiacciamenti, infarti, incidenti...

Paradossalmente questo comportamento suicida rischia di essere legittimato dal piano di evacuazione, che per il suo stesso esistere istituzionalizza l'assurda e pericolosa credenza di un'eruzione come un fenomeno improvvisamente e inaspettatamente distruttivo. Una lettura questa ribadita dal video "Rischio Vesuvio", (nonostante qualche confusa frase di circostanza sulla possibilità di prevedere l'eruzione e stucchevoli inviti "alla calma" e al "senso civico") prodotto dal Dipartimento Nazionale alla Protezione Civile e destinato ad essere distribuito in tutte le scuole dell'area vesuviana.A tale proposito, vale la pena di ricordare che altri piani d'emergenza per aree vulcaniche urbanizzate redatti all'estero prevedono, oltre a campagne d'informazione sul come le popolazioni si comportavano durante le passate eruzioni, una gradualità nell'allontanamento delle popolazioni. Scartate le velleità di realizzare un'immediata evacuazione come quelle presenti nel nostrano Piano (che, tra l'altro, -a pag. 69- pretende che il capofamiglia si allontani subito con la propria automobile, mentre il restante nucleo familiare rimane affidato a non meglio precisati "bus-navi-treni") questi piani prevedono, nella prima fase di allarme vulcanico, un allontanamento selettivo e progressivo: dapprima quello delle persone inabili (ricoverati negli ospizi, degenti negli ospedali, handicappati...) poi, se è il caso, quello delle persone abili le quali, avendo garantito un rapido allontanamento in caso di aggravamento dei fenomeni vulcanici, possono eventualmente essere impegnate nella salvaguardia delle proprie abitazioni, ad esempio, spalando le ceneri vulcaniche dai tetti.Ma parliamo dell'eruzione per la quale è stato redatto il Piano.

 Delle tante possibili ne considera solo una: la peggiore, caratterizzata da gravi fenomeni esplosivi, come quella del 1631.

Ben venga, ovviamente, un piano che contempli anche l'ipotesi peggiore, ma ridurre a questa tutta la pianificazione dell'emergenza è una strada piena di rischi.

Certamente, di fronte ad un allarme vulcanico la scelta apparentemente più "comoda" per gli operatori di protezione civile è ordinare "a scopo precauzionale" la completa evacuazione dell'area. Ma per quanto tempo? Una situazione d'allarme vulcanico può durare anche anni e i danni economici e sociali di un'evacuazione possono essere altissimi. Tra l'altro, avendo a disposizione come unico strumento dell'emergenza l'evacuazione generalizzata è probabile che vengano sottovalutati segnali di allarme vulcanico che avrebbero dovuto avere, invece, risposte più articolate.

In altre parole: in una situazione di notevole incertezza, (come quella che caratterizza l'interpretazione della possibile evoluzione di fenomeni vulcanici profondi, quando ancora si spera che la minacciata eruzione rientri senza manifestare all'esterno alcun segnale) quale burocrate o politico avrà il coraggio di diramare l'allarme e ordinare una rovinosa evacuazione?

E al di là delle verosimili velleità di imporre in questa fase una specie di "segreto di stato", c'è il rischio che, in assenza di alcuna iniziativa, il manifestarsi di fenomeni improvvisi, come boati sotterranei o fumarole, oltre a scatenare il panico, facciano crollare come un castello di carta la credibilità delle strutture preposte alla gestione dell'emergenza. D'altra parte, una "inutile" evacuazione a scopo preventivo, generando tra la popolazione una sfiducia nelle strutture preposte alla sorveglianza vulcanica e alla protezione civile, determinerebbe una situazione carica di nefaste conseguenze.

Un altro rischio connesso a questo Piano, basato su un'impossibile evacuazione immediata e generalizzata, è la costruzione di nuove "strade per l'evacuazione" che esso sembrerebbe suggerire: un progetto da sempre sostenuto da politicanti locali legati a filo doppio con società immobiliari che snaturerebbe il nascente Parco Nazionale del Vesuvio e che, creando nuovi assi di urbanizzazione, garantirebbe una nuova colata di cemento su quelle poche pinete che ancora oggi ricoprono le pendici del vulcano.

In realtà una futura emergenza vulcanica nell'area vesuviana, se tutti gli studi vulcanologici su questo punto hanno un senso, non potrà non riproporre gli stessi scenari che hanno caratterizzato la crisi nei Campi Flegrei nel 1983: settimane, mesi prima del verificarsi dell'eruzione (fortunatamente abortita nel caso dei Campi Flegrei) si avrebbero tutta una serie di fenomeni premonitori (boati, terremoti, fumarole, bradisismi...); una futura eruzione, quindi, se fosse operante un efficace piano di protezione civile, troverebbe l'area già deserta (o abbandonata dalle persone inabili) in quanto le popolazioni avrebbero avuto tutto il tempo di spostarsi con calma settimane, mesi prima, portandosi dietro le masserizie più preziose. Il problema, se mai, sarebbe cosa fare se la crisi preeruttiva (così come fu per i Campi Flegrei) si protraesse per mesi o per anni determinando una situazione di incertezza che potrebbe, comunque, essere minimizzata, già da ora, analizzando approfonditamente la vulnerabilità edilizia dell'area a sismi, approntando piani di ripristino (ad esempio, lo spalamento della cenere vulcanica), garantendo una efficace rete di comando e controllo e, soprattutto, educando la popolazione a convivere con l'eruzione (fenomeno che, come già detto, potrebbe ridursi anche a qualche evento del tutto circoscritto e non pericoloso, come i tanti che hanno costellato la storia del Vesuvio negli ultimi secoli).

Quale Piano di emergenza?

Non abbiamo certo la pretesa di presentare qui un Piano di emergenza "alternativo" a quello redatto dal Dipartimento alla Protezione Civile. Un Piano, infatti, per essere di una qualche utilità in una situazione di emergenza, deve vedere una puntuale ricognizione di tutte le realtà territoriali e una attenta definizione delle catene di comando e controllo: operazione che implica l'attivo coinvolgimento degli enti locali, delle strutture statali, delle associazioni di volontariato... E' possibile, comunque, delineare quelli che potrebbero essere gli assi portanti di una pianificazione dell'emergenza finalizzata alla salvaguardia delle popolazioni e alla riduzione dei danni di una eruzione.Intanto va detto che l'asse portante della pianificazione qui proposta, considerando la dinamica che regola i fenomeni eruttivi, non consiste nel garantire un immediato allontanamento della popolazione in caso di un qualsiasi allarme vulcanico ma ricalca lo schema di altri piani di emergenza redatti all'estero per aree vulcaniche densamente popolate, riservando, comunque, una particolare attenzione alla vulnerabilità sociale delle strutture pubbliche locali di fronte ad una minaccia vulcanica e, più in generale, alla labilità della catena di comando e controllo che caratterizza buona parte delle strutture pubbliche in Italia, soprattutto nel Mezzogiorno.

Questa labilità potrebbe determinare gravi problemi, ad esempio, nel momento del Preallarme quando, cioè, segnalando le strumentazione dell'Osservatorio Vesuviano il possibile manifestarsi a breve scadenza di fenomeni tipici di un inizio di attività vulcanica esterna, si configurerebbe l'esigenza da parte della Prefettura di allertare le sole locali strutture di protezione civile (Comuni, forze dell'ordine, volontari...) senza che la notizia si propaghi verso la popolazione.

In realtà é estremamente probabile che, ad esempio, il vigile urbano o l'impiegato comunale, avuta notizia del preallarme, si precipiti ad informare la propria famiglia che ben presto avvertirà altre famiglie e quindi l'intera popolazione.

 Per questo motivo é di fondamentale importanza che vengano effettuate periodicamente in zona delle esercitazioni, anche improvvise, di protezione civile che serviranno sia a rodare la struttura centrale e periferica preposta all'emergenza sia a mimetizzare un preallarme.

 Come già detto, la necessità di questo artificio nasce dalla constatazione che le locali strutture di protezione civile sono estremamente labili dal punto di vista del comando e del controllo; queste strutture locali sono, comunque, le sole che possono garantire una effettiva realizzazione del Piano.

Se si volesse, ad esempio, affidare la gestione dell'emergenza a forze esterne (quali truppe elitrasportate o sbarcate in zona), l'arrivo di queste sarebbe immediatamente interpretato come un allarme dalla popolazione e quindi tutte le iniziative di protezione civile (presidio degli incroci, delle stazioni, delle aree per lo sbarco degli elicotteri...) verrebbero messe in atto troppo tardi.

E' di fondamentale importanza, comunque, che un allarme vulcanico sia preceduto da una fase di preallarme (fase che, come già detto, può anche concludersi con un "rientro alla normalità", smorzandosi quei fenomeni, percepiti strumentalmente, che erano stati inizialmente interpretati come "segnali" di una ripresa eruttiva) che comincia dal momento in cui la struttura di sorveglianza vulcanica (in questo caso l'Osservatorio Vesuviano) comunica alle autorità centrali di protezione civile la possibilità di una probabile ripresa eruttiva e termina o con il rientro di questa fase o con la proclamazione, da parte delle autorità statali, dello stato di allarme alle strutture locali di protezione civile e alla popolazione.

 E' di fondamentale importanza, comunque, che la comunicazione dell'allarme preceda il momento in cui i sintomi dell'eruzione vulcanica (boati, bradisismi, terremoti, fumarole...) diventano percepibili direttamente dalla popolazione.

La fase successiva nella quale potrebbe articolarsi il Piano di emergenza é l'Allarme Uno: inizia con la proclamazione a tutte le strutture locali di protezione civile e alla popolazione dello stato di allarme e termina o con il rientro alla fase precedente o con l'insorgere di fenomeni vulcanici direttamente e immediatamente percepibili dalla popolazione.

La fase successiva é l'Allarme Due: prevede l'effettuazione di interventi atti a minimizzare i danni dell'eruzione; questa fase inizia con l'insorgere di fenomeni vulcanici direttamente e immediatamente percepibili dalla popolazione e termina o con la proclamazione dello stato di cessato pericolo o con l'insorgere di fenomeni (lahar, surge, grandi piogge di ceneri, aperture di grossi crepacci...) che non possono essere fronteggiate con l'organizzazione degli interventi di protezione civile e che, quindi, richiedono l'evacuazione di tutta la popolazione residente nell'area minacciata. La fase Allarme Due richiede, in ogni caso, l'allontanamento dalla zona di tutte quelle persone che non possono essere impiegate nei lavori di ripristino (popolazione inabile).L'ultima fase é l'Evacuazione: comincia prima dell'insorgere di fenomeni che non possono essere fronteggiati con l'organizzazione degli interventi di protezione civile e prevede l'allontanamento di tutta la popolazione dall'area.

Come già detto, La pianificazione dell'emergenza nell'area vesuviana presenta tante e tali difficoltà che forse è ingeneroso limitarsi a segnalare le incongruenze che hanno marcato il suo percorso. Non resta, quindi, da augurarsi che l'ennesima commissione istituita, nel gennaio 1996, dal Dipartimento Nazionale alla Protezione Civile - "Commissione permanente per il completamento e il periodico aggiornamento del Piano" - marchi un punto di svolta predisponendo, possibilmente entro tempi ragionevoli, un efficace Piano d'emergenza. Le speranze, comunque, si stemperano considerando che, per quel che ci è dato sapere, quest'ultima Commissione dalla data della sua costituzione fino a oggi (febbraio 1997), se pure si è mai riunita, non ha prodotto nessun nuovo Piano mentre le ultime "iniziative" di protezione civile note si riducono ad una contestatissima direttiva che, in assenza di precise direttive, scarica ai Comuni il compito di redigere il "piano" rischiando di riproporre una situazione, analoga a quella verificatasi il 6 novembre 1992 quando, di fronte ad un presunto allarme vulcanico, la Prefettura "allertò" con un telegramma i Comuni vesuviani senza specificare minimamente cosa essi dovessero fare.

  Francesco Santoianni

febbraio 1997







Articoli Correlati