fbpx
aglianico new york times
aglianico new york times
Cucina e Gastronomia

Il New York Times incorona l’Aglianico Irpinia.

I vini irpini sempre più protagonisti oltreoceano. Dopo il Fiano di Avellino, promosso dal Chicago Tribune, è la volta dell’Aglianico ad attirare l’attenzione addirittura del critico del New York Times, Eric Asimov, che ha dedicato al rosso d’Irpinia il suo appuntamento mensile con la Wine School, la rubrica attraverso la quale va alla scoperta dei più prestigiosi vini del mondo, invitando i suoi lettori ad incontri, cene o semplicemente a degustare i vini suggeriti.

Una recensione, quella pubblicata qualche giorno fa, preceduta, come consuetudine, da un invito rivolto da Asimov ai suoi lettori ad assaggiare, per poi condividere esperienze, sensazioni e pareri, tre etichette della provincia di Avellino: il Quattro Confini di Benito Ferrara del 2013, il Cinque Querce di Salvatore Molettieri del 2010 e il Gioviano de Il Cancelliere del 2010.

Per i degustatori a stelle e strisce, quello con l’Aglianico Irpinia è stato un incontro quasi folgorante, a giudicare dai commenti, un vino che viene definito “con un forte senso del territorio”.

Asimov sottolinea come molti lettori abbiano incontrato difficoltà nel reperire, nei supermercati e nelle enoteche, le bottiglie da lui segnalate, anche perchè l’Aglianico, pur essendo un grande vitigno italiano, negli Stati Uniti ancora non ha raggiunto la popolarità di altri rossi, come il Nebiolo o il Sangiovese.

Eppure, sottolinea il New York Times, l’Aglianico soddisfa tutti i criteri per essere definito un grande vino.

Pareri differenti, quelli espressi dai lettori che hanno avuto modo di degustare i tre vini irpini, ma concordanti su un punto: tutti riescono ad esprimere a pieno l’essenza dei luoghi di produzione.

A colpire, in particolare, la platea americana sono stati la struttura e la profondità dei vini che, per qualcuno, presentano forse una gradazione un po’ eccessiva, ma che hanno trovato tutti concordi nel giudicarli perfetti in abbinamenti con arrosti e stufati.

E c’è pure chi, come il signor Anthony Esposito da New York (ma il cognome tradisce le sue origini) ha suggerito di assaggiarlo dopo aver lasciato per un paio di giorni delle pesche in infusione…

 

Spot

Spot

Spot