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“Non Ti Pago”: la recensione di un contenzioso giuridico…spiritico.

A Sipario Chiuso. La recensione dello spettacolo “Non Ti pago” con Gianfelice Imparato andato in scena al Teatro Gesualdo di Avellino

Nonostante l’opinione di qualche critico accreditato che definiva “Non ti pago” una fiaba napoletana a lieto fine, Eduardo la riteneva “una commedia comica che faceva molto ridere, ma anche la più tragica che avesse mai scritta e rappresentata”.

Erano gli anni quaranta quando, in una delicata fase di sperimentazione per un uso diverso e innovativo della lingua italiana nel suo teatro, Eduardo testava e valutava anche l’effetto del dialetto “linguaggio colto e conservatore di una vita accettata” attingendo a piene mani alla ricchezza sconfinata della tradizione, per ritrarre la vita di Napoli con malinconica e disincantata partecipazione, cedendo alla tentazione di affermare e sostenere come il teatro non fosse un genere letterario bensì “un genere di vita, un modo di arrivare alla verità, per tentativi che coinvolgano l’esistenza” (Ennio Flaiano – L’Europeo).

In netta contrapposizione con i “letterati” che pur ammirandolo, non vedevano il Teatro di Eduardo De Filippo separato dalla rappresentazione, definendolo un mero pretesto interpretativo.

In ogni caso, Teatro e Vita, come sempre.E come sempre Finzione e Realtà.

E anche tradizione e innovazione, come diceva Eduardo “la tradizione è la vita che continua e solo se saputa intendere e usare, mette le ali” e riferendosi ai giovani figli d’arte i quali “hanno il diritto di dare un calcio all’esperienza dei padri, senza però pretendere di poter partire da zero”.

E Luca è figlio d’arte. Luca ha inteso, ha usato, non è partito da zero e ha messo le ali. Luca regista osa, rilegge, scopre e apre nuove dimensioni e dona nuove prospettive al complesso gioco di illusioni che si nutrono di se stesse, nella stuzzicante arena casalinga, in una esaltante e provocatoria esibizione di prepotenze, soverchierie e ricatti familiari, come in un paradossale Grand Guignol.

Una galleria di caratteri e sentimenti e passioni che pur ben vivi e radicati nella memoria degli spettatori, acquistano nuova valenza grazie alla bravura della compagnia tutta, un gruppo splendido per una rappresentazione che rende onore a al Luca, e a se stesso, una toccante simbiosi di amore e dedizione.

Gianfelice Imparato ha assimilato, con la sua indiscussa bravura e competenza e conoscenza del Teatro di Eduardo, ne ha ripreso la fissità scenica, i gesti trattenuti e  i contrasti accennati e smorzati.

E non a caso Luca nella sua regia efficace e puntuale ha mirato alla ricerca e alla visualizzazione dei contrasti caratteriali, in un riuscito confronto di opposti.

Un gruppo di famiglia in un interno, fucina e laboratorio di anime.

Un groviglio di chi, io, lui, noi, voi, tutti, altri, troppi e troppo per un estenuante confronto a tre, Chiesa, Legge e Sogni. Più che sufficiente per alimentare questa commedia di vita.

Per questo il mondo esterno è stato annullato, ricordato precariamente dalle voci di chi viene da fuori e dal cielo e dalle nuvole che sovrastano la lunga parete a mezza altezza su cui si vedono porte e finestre che non svelano e… il ritratto del papà.

Quel papà protagonista del sogno e dell’errore che, dal “mondo della Verità” scatenerà la querelle e darà funesta realizzazione alla più famosa “maledizione” del Teatro Italiano…

* Foto di Luca De Ciuceis scattate durante lo spettacolo messo in scena al Teatro Carlo Gesualdo di Avellino

 


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