Oltre tre mesi di Festival: l’Arena sta vivendo la stagione più lunga della sua storia. Iniziata il 5 giugno, si concluderà sabato 12 settembre, con La Traviata di Verdi, opera che debuttò sul palcoscenico areniano proprio nel 1946, il primo spettacolo del dopoguerra, storia di 80 anni fa.
Durante questa stagione, che sta registrando un meritato successo di pubblico e di critica, si conteranno 53 serate di spettacolo tra opera, concerti, danza. Dalla nuova Traviata ai due diversi allestimenti di Aida, dalle più recenti produzioni di Nabucco e La Bohème a Turandot a 100 anni dalla prima assoluta.
In tre mesi, l’Arena di Verona vede al lavoro 1.300 persone tra complessi artistici, tecnici, amministrativi, dentro e fuori il teatro, ospitando oltre 80 fra direttori e cantanti.
LA TRAVIATA.
Particolare interesse per L’opera di Giuseppe Verdi, portata in scena con 13 serate fino al 12 settembre, chiusura di stagione. A curarne la regia lo scozzese Paul Curran al suo debutto in Arena firmando una lettura originale ed esteticamente d’impatto che proietterà il pubblico nella Parigi di inizio ‘900, nella vita notturna di Montmartre, fra gli splendori della Belle Époque. È lì che esplose la popolarità del Moulin Rouge, il più celebre locale di cabaret del mondo, e che inaugura una collaborazione senza precedenti con Fondazione Arena. Le scenografie, che rappresentano anche il Moulin Rouge, saranno di Juan Guillermo Nova, i costumi di Stefano Ciammitti, creatore dei visionari abiti per le cerimonie olimpiche in Arena, le luci di Fabio Barettin, le coreografie di Kyle Lang. Il nuovo allestimento rimarrà fedele alla drammaturgia verdiana, immergendola in un mondo spettacolare e ricco di contrasti come quello del cabaret parigino, ricostruito con accuratezza storica e artistica.
Proprio La Traviata, soggetto che conquistò Verdi anche per ragioni biografiche, segnò una svolta decisiva nella sua carriera e in quella di tutto il teatro d’opera, sin dal suo esordio nel 1853 (un fiasco clamoroso, trasformatosi l’anno dopo in un trionfo e mai più interrotto). Una storia scabrosa, trattata con verità e potenza teatrale, tratta dalla Signora delle camelie di Alexandre Dumas figlio ed ispirata alla vera esistenza di Alphonsine Plessis. Amore e sacrificio, sogni privati e pubblico giudizio si scontrano, in quella che è una delle opere più rappresentate. Una storia contemporanea, per il pubblico dell’epoca, destinata a fare scandalo, allora come oggi.
Come sottolinea il regista Paul Curran, «la storia di Violetta sembra ancora attuale. Viene giudicata dalla stessa società che dipende da lei, è ammirata in pubblico ma ritenuta immeritevole di dignità in privato. La stessa Parigi del libretto – prosegue Curran, illustrando le caratteristiche dell’allestimento – rivive qui in scena negli anni ’10 del ‘900. Un periodo di straordinaria energia, bellezza e liberazione. Parigi era animata dalla cultura del cabaret, musica, danza e nuove idee artistiche. Allo stesso tempo, dietro il glamour, l’edonismo, lo spettacolo e l’eccesso, esistevano profonde divisioni sociali e solitudine personale. Un contrasto molto vicino al mondo emotivo de La Traviata. La nostra Violetta vive circondata dal piacere e dalla teatralità. Eppure, sotto questo mondo, c’è una donna che capisce fin dall’inizio che la sua vita sarà breve. E alla fine, nonostante lo spettacolo che la circonda, l’opera diventa profondamente intima: la storia di una giovane donna alla ricerca di amore, libertà e dignità nel poco tempo che le resta».
MOULIN ROUGE ED ELEFANTE.
Grazie alla collaborazione con il Moulin Rouge di Parigi, Fondazione Arena scrive una pagina di storia dell’Opera Festival. I due grandi elementi che hanno caratterizzato il primo Moulin Rouge: appunto il mulino rosso ed il grande elefante torneranno protagonisti della vita notturna parigina, come fu ad inizio Novecento. I fondatori del Moulin Rouge, Charles Zidler e Joseph Oller, acquistarono infatti un gigantesco elefante in stucco che avevano visto all’Esposizione Universale di Parigi del 1889. La aggiunsero al giardino del Moulin Rouge, come spazio di intrattenimento e così divenne uno dei simboli dell’epoca. Fino alla fatale notte del 1913, in cui tutto prese fuoco e l’elefante venne distrutto per sempre. Ma per le tredici serate areniane tornerà al suo massimo splendore. Quell’animale che torna ripetutamente nella storia francese, dagli elefanti che i Re tenevano a corte, a quelli dipinti e scolpiti tra il XVI e XVII secolo, fino all’elefante della Bastiglia in gesso voluto da Napoleone e immortalato da Victor Hugo nel suo romanzo Les Misérables.
