Non è solo una questione di nostalgia. E non c’entra nemmeno il gossip, almeno non più. Suits è una di quelle serie che, a distanza di quindici anni dal debutto, continuano a essere viste, commentate, iniziate e finite per la prima volta. Un’anomalia apparente, se pensiamo alla velocità con cui oggi le serie vengono divorate e dimenticate. Eppure, basta aprire Netflix ma anche Prime Video per rendersi conto che questo legal drama non ha mai davvero lasciato la scena.

Uscita nel 2011 e conclusa nel 2019, Suits ha attraversato tre epoche della serialità televisiva: quella dei procedurali classici, quella dell’oro della tv via cavo e infine quella dello streaming compulsivo. Non molte serie possono permettersi una simile traversata senza perdere identità. Suits, invece, sembra funzionare oggi persino meglio di allora.

La trama di partenza è semplice, quasi archetipica. Mike Ross è un genio senza laurea, dotato di una memoria prodigiosa e di un talento naturale per il diritto. Harvey Specter è uno degli avvocati più brillanti e arroganti di New York, alla ricerca di qualcuno che sappia stargli dietro. L’incontro tra i due dà vita a un patto fondato su un segreto enorme: Mike non è mai stato ad Harvard. Da qui prende forma un equilibrio precario fatto di casi legali, bugie ben confezionate e una complicità che va ben oltre il lavoro.

Ma ridurre Suits a una serie di cause giudiziarie sarebbe un errore. I processi sono solo il contesto. Il vero cuore del racconto è il potere: come si ottiene, come si conserva, quanto si è disposti a perdere pur di non rinunciarvi. In questo senso, Suits parla moltissimo al presente. Racconta un mondo professionale competitivo, ossessionato dall’immagine, in cui il successo non è solo una questione di merito ma di percezione.

Il personaggio di Harvey Specter è diventato iconico proprio per questo. Elegante, sicuro, sempre un passo avanti agli altri, Harvey è la rappresentazione di un ideale professionale tanto affascinante quanto fragile. Dietro la sicurezza, però, si nascondono paura di fallire, incapacità di lasciarsi andare, solitudine. Accanto a lui, Mike Ross incarna il talento irregolare, l’impostore che lo spettatore finisce per giustificare, perché il sistema stesso sembra premiare chi bara meglio.

Attorno a loro si muove uno studio legale che è quasi un microcosmo sociale, dove ogni personaggio ha un ruolo preciso e una traiettoria emotiva riconoscibile.

In questo contesto si inserisce Rachel Zane, uno dei personaggi femminili più interessanti della serie. Assistente legale brillante, determinata, spesso sottovalutata, Rachel,  interpretato da Meghan Markle, è il simbolo di chi prova ad affermarsi seguendo le regole, ma pagando comunque un prezzo. Il suo percorso professionale e sentimentale non è mai accessorio: accompagna e complica quello di Mike, aggiungendo alla serie una dimensione emotiva e morale che va oltre il semplice romance.

Il successo duraturo di Suits passa anche da un cast perfettamente calibrato. Gabriel Macht dà a Harvey un carisma che regge nove stagioni senza mai diventare caricatura. Patrick J. Adams accompagna Mike in un percorso di crescita fatto di scelte sbagliate e responsabilità sempre più pesanti. Sarah Rafferty, nei panni di Donna, diventa progressivamente il vero baricentro emotivo della serie, mentre Rick Hoffman regala a Louis Litt una complessità che sorprende stagione dopo stagione.

Certo, Suits non è immune da difetti. Con il passare degli anni, alcune dinamiche si ripetono, i casi si assomigliano, e la durata complessiva pesa. Ma è proprio qui che lo streaming cambia la prospettiva. Vista oggi su Netflix, la serie acquista fluidità, diventa più compatta, più “addictive”. Le lungaggini si smorzano, i personaggi emergono con maggiore chiarezza.

Ed è forse questo il vero motivo per cui Suits continua a funzionare: non promette rivoluzioni, ma offre familiarità, ritmo, dialoghi brillanti e personaggi che sembrano accompagnarti nel tempo. È una serie che molti avevano ignorato alla sua uscita, altri abbandonato troppo presto, e che oggi merita una seconda chance.

In un catalogo saturo come quelli di Netflix e Prime Video, Suits resta lì, pronta a essere (ri)scoperta. E la domanda, a questo punto, non è se valga la pena iniziarla. Ma perché così tante persone continuino a farlo, quindici anni dopo.

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