Hai mai desiderato mollare tutto e ricominciare da capo? Lasciare il lavoro, la casa, le abitudini, persino le persone che ami, convinto che altrove ci sia una vita più vera? Se questi interrogativi ti hanno attanagliato almeno una volta nella vita, c’è un film drammatico su Netflix che ti costringe a guardare cosa accade dopo quel salto nel vuoto.
Ti accompagna nella libertà tanto sognata e ti mostra quanto possa essere vuota, se non impari prima a riconciliarti con te stesso. Diretto e scritto da Nicole Holofcener, ecco un dramma sottile e ironico che parla di crisi di mezza età, di famiglia e di illusioni spezzate.
Si intitola “La seconda vita di Anders Hill” (“The Land of Steady Habits”, 2018), tratto dal romanzo di Ted Thompson, prodotto da Jennifer Roth, presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival e distribuito in Italia direttamente da Netflix.
La trama di questo film in streaming segue un uomo che decide di abbandonare la sua vita apparentemente perfetta per inseguire un’idea di libertà che presto si rivelerà fragile.
Ben Mendelsohn di “L’ora più buia” interpreta Anders Hill, un ex manager della finanza che, a sessant’anni, si licenzia, vende la casa di famiglia e divorzia dalla moglie (interpretata da Edie Falco). Vive in un elegante appartamento, circondato da mobili nuovi e silenzi ingombranti. È convinto di aver scelto la felicità, ma ciò che trova è la solitudine, una quotidianità fatta di incontri imbarazzanti e di serate passate con giovani che potrebbero essere suoi figli.
La seconda vita di Anders Hill
Il film esplora con delicatezza la contraddizione tra desiderio di libertà e bisogno di appartenenza. Anders crede che rinunciare a tutto lo renderà più autentico, ma la sua nuova esistenza gli sfugge di mano. Il figlio Preston (Thomas Mann) lotta contro la dipendenza e il disorientamento, mentre l’ex moglie sembra più serena di lui.
La vita che Anders ha distrutto per sentirsi vivo non smette di bussargli dentro. Nicole Holofcener, nota per il suo sguardo attento sulle fragilità umane (“The Last Duel“, “One Mississippi“), costruisce qui una regia discreta ma precisa, capace di dare spazio ai silenzi e alle incertezze.
In questo drammatico su Netflix (gradimento di 41% su Google, di 83% su Rotten Tomatoes e 6,2/10 su IMDb), ogni dialogo nasconde un non detto, ogni gesto rivela la difficoltà di connettersi davvero.
Ben Mendelsohn offre una delle sue prove più intime e vulnerabili. Lontano dai ruoli cupi e autoritari che spesso lo caratterizzano, qui interpreta un uomo disarmato di fronte alla propria mediocrità. La sua recitazione è fatta di piccoli cedimenti: uno sguardo basso, una risata forzata, un bicchiere di vino bevuto troppo in fretta.
È l’immagine di un’umanità riconoscibile, di chi si accorge tardi che la libertà senza legami è solo un’altra forma di prigione. Accanto a lui, un cast di rara sensibilità che restituisce personaggi che non giudicano, ma comprendono. Ognuno, nel suo modo, affronta la paura di non essere più necessario.
La fotografia di Terry Stacey illumina i quartieri ordinati del Connecticut con toni freddi e neutri, sottolineando l’apparente calma di una borghesia che vive di routine e rimpianti. La colonna sonora accompagna con discrezione, accentuando la malinconia di un mondo che sembra perfettamente stabile ma emotivamente in frantumi.
La seconda vita di Anders Hill” non è un film di eventi, ma di riflessioni. Non offre redenzione né grandi gesti, solo la verità amara di chi comprende che la libertà non si trova fuggendo, ma imparando a convivere con le proprie scelte. La narrazione comunque non moralizza: osserva.
E in quello sguardo limpido, sincero, lascia emergere la compassione per un uomo imperfetto che cerca, ancora una volta, di capire chi è. In un cinema spesso dominato da eroi e trame spettacolari, questo film è una cronaca minima dell’animo umano e, proprio per questo, universale.
