La ciotola è ancora lì. Il guinzaglio è rimasto appeso nello stesso posto e, per qualche giorno, può capitare persino di aprire la porta aspettandosi inconsapevolmente quel rumore di zampe che per anni ha accompagnato ogni rientro a casa. Sono piccoli gesti automatici, quasi insignificanti finché un cane c’è; quando non c’è più, invece, diventano improvvisamente enormi.
Quando muore un cane il dolore può sorprendere persino chi lo sta vivendo, soprattutto perché non sempre trova intorno la stessa comprensione riservata ad altri lutti. C’è chi prova a consolare dicendo che “era solo un animale”, chi suggerisce di prenderne presto un altro, chi pensa che bastino pochi giorni perché la casa torni alla normalità. Frasi che nascono magari con l’intenzione di aiutare ma finiscono per fare l’effetto contrario.
Un cane non occupa soltanto uno spazio fisico. Entra nelle ore, nei gesti, negli orari, nelle abitudini e spesso anche nei momenti più privati della vita di una persona. Per questo la sua assenza può essere tanto difficile da spiegare a chi quel rapporto non lo ha mai vissuto.
Non manca soltanto il cane, manca una parte della giornata
Per anni può essere stato il primo incontro del mattino e l’ultimo prima di andare a dormire. La passeggiata anche quando pioveva, la ciotola preparata quasi senza pensarci, il rumore delle unghie sul pavimento, il muso che compariva vicino alla tavola, quel modo tutto suo di capire che si stava per uscire ancora prima di vedere il guinzaglio.
Sono gesti che con il tempo smettono di sembrare gesti. Diventano semplicemente vita quotidiana.
È proprio qui che si comprende una parte di quel dolore. Quando il cane muore, non viene meno soltanto una presenza amata: decine di piccoli automatismi continuano per qualche tempo a cercarla. Si guarda verso il suo posto, si fa attenzione a non calpestarlo anche se non è più lì, si torna a casa con quella frazione di secondo in cui il corpo sembra aspettarsi ancora qualcuno dall’altra parte della porta.
Chi ha vissuto con un cane sa quanto profondamente possa entrare nella routine, nel benessere e persino nella socialità. Ne abbiamo parlato anche raccontando “Perché avere un cane migliora davvero salute mentale, routine e socialità” Ed è forse il rovescio della stessa medaglia: se quella presenza ha contribuito per anni a dare forma alle giornate, la sua scomparsa inevitabilmente le disordina.
Il legame non si misura dal fatto che sia una persona o un animale
A volte il disagio nasce anche dal tentativo di dare un voto al dolore. Si finisce quasi per chiedersi se sia “giusto” stare così male per un cane, come se gli affetti dovessero essere inseriti in una classifica precisa.
In realtà ogni relazione occupa un posto diverso nella nostra vita. Un cane può essere stato accanto a una persona durante un matrimonio, una separazione, la crescita dei figli, il pensionamento, una malattia, un trasloco o semplicemente durante dieci o quindici anni di giornate apparentemente normali. Può aver accompagnato periodi felici e altri molto meno, senza fare domande e senza cambiare modo di stare accanto al proprio padrone.
È anche per questo che, quando muore, non scompare soltanto l’animale che abbiamo davanti agli occhi nelle fotografie. Se ne va un testimone silenzioso di un pezzo della nostra vita.
La psicologia ha osservato da tempo che l’intensità del lutto è legata anche alla profondità dell’attaccamento e al ruolo che l’animale aveva assunto nella quotidianità. Ma probabilmente non servono termini tecnici per comprenderlo: basta pensare a quante volte, durante una giornata, ci si rivolgesse proprio a lui senza nemmeno rendersene conto.
Il dolore pesa ancora di più quando sembra di doverlo giustificare
Gli psicologi hanno un’espressione per descrivere queste situazioni: lutto non riconosciuto. È quel dolore che esiste pienamente per chi lo prova, ma che intorno riceve poco spazio, poca comprensione o addirittura un certo imbarazzo. E allora può accadere qualcosa di paradossale: oltre alla perdita, si aggiunge la sensazione di dover quasi chiedere permesso per soffrire.
Negli ultimi giorni può restare anche una domanda difficile
Non tutte le storie finiscono improvvisamente. A volte ci sono settimane o mesi di malattia, terapie, notti trascorse a controllare se il cane respira bene, visite dal veterinario e giornate in cui si continua a sperare che qualcosa migliori.
Poi può arrivare il momento più difficile: capire se continuare significhi ancora curare oppure soltanto rimandare una sofferenza.
Quando si arriva a parlare di eutanasia con il medico veterinario, il dolore si mescola facilmente al senso di responsabilità. Chi prende quella decisione può continuare a chiedersi per molto tempo se abbia aspettato troppo o troppo poco, se il cane avrebbe potuto avere ancora qualche giorno buono, se esistesse un’altra possibilità.
Sono domande che spesso non hanno una risposta perfetta, perché vengono fatte proprio quando amore e paura di perdere qualcuno tirano in direzioni opposte. La medicina veterinaria può aiutare a valutare dolore, qualità della vita e condizioni cliniche, ma nessun parametro elimina completamente il peso emotivo di una decisione simile.
Ed è forse importante ricordarlo dopo: scegliere di non prolungare inutilmente la sofferenza di un animale non rende quella scelta meno dolorosa, ma il dolore non significa necessariamente che sia stata sbagliata.
Approfondimento: Animali domestici
