Come comportarsi quando anche la più resistente delle spugne da cucina alza bandiera bianca? Ecco un altro dubbio amletico con cui prima o poi molti si sono trovati a dover fare i conti: spugne e panni in microfibra da cucina dove si buttano quando non possiamo più utilizzarli?
La risposta come sempre dipende soprattutto dal materiale. Ma prima di arrivare al bidone c’è un’altra possibilità che vale la pena considerare: riutilizzarli per lavori meno delicati. Perché nella gestione dei rifiuti la prima buona abitudine non è differenziare bene ma produrre meno rifiuti possibile.
La spugna da cucina non va nella plastica
Cominciamo dalla classica spugnetta utilizzata per lavare piatti e pentole. Molti modelli sono costituiti da materiali plastici sintetici, spesso abbinati a una parte abrasiva. Questo potrebbe far pensare che, una volta consumati, vadano conferiti nella raccolta della plastica. Ma non è così.
COREPLA, il Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Plastica, ricorda una regola fondamentale: nello smaltimento della plastica vanno gli imballaggi, non qualsiasi oggetto fabbricato con questo materiale. E una spugna è un utensile per la pulizia, non un imballaggio. Per questo, una volta arrivata realmente a fine vita, la destinazione generalmente prevista è il secco indifferenziato, salvo differenti indicazioni del gestore locale.
E le spugne vegetali?
Qui bisogna fare una distinzione. Esistono spugne realizzate con cellulosa, fibre vegetali o altri materiali naturali e la loro origine li collega immediatamente all’umido. Non tutte le spugne definite “naturali”, però, sono automaticamente compostabili e non tutte possono essere conferite nel bidone dell’organico. Possono contenere colle, fibre sintetiche, coloranti, rivestimenti abrasivi o altri componenti.
Quindi la regola è semplice: nell’umido soltanto se il prodotto è espressamente indicato come compostabile e se il servizio locale ne ammette il conferimento. Altrimenti, una spugna non più utilizzabile segue normalmente l’indifferenziato. “Vegetale” e “compostabile” non sono sinonimi: ed è una distinzione che nella raccolta differenziata torna più spesso di quanto immaginiamo.
Il panno in microfibra dove va?
La microfibra è un tessuto costituito da fibre sintetiche molto sottili, generalmente poliestere e poliammide. È proprio questa struttura a renderla particolarmente efficace nelle pulizie: trattiene polvere e sporco e può essere lavata e riutilizzata molte volte. Quando però il panno è ormai consumato, la sua destinazione non è la raccolta della plastica.
Anche se le fibre sono di origine sintetica, il panno è un prodotto tessile, non un imballaggio. La raccolta separata dei rifiuti tessili è ormai diffusa in gran parte del territorio nazionale: ISPRA rileva che nel 2024 l’82% dei Comuni per i quali dispone di dati aveva istituito una raccolta differenziata dei tessili. Ma questo non significa che ogni contenitore per abiti usati accetti automaticamente strofinacci, panni per pulizie o tessili fortemente usurati. Quindi il panno in microfibra consumato va conferito nell secco o comunque secondo le indicazioni del gestore locale.
Strofinacci di cotone: il tessile può avere un’altra strada
Diverso è il caso dello strofinaccio in cotone. Quando è ancora integro ma semplicemente vecchio, può spesso essere riutilizzato ancora a lungo. Quando invece è definitivamente consumato, può rientrare nello smaltimento dei tessili se il servizio locale accetta anche tessili domestici e materiale non più riutilizzabile. Anche qui non conviene dare per scontato che il cassonetto degli abiti usati sia la destinazione corretta. Bisogna leggere le indicazioni riportate sul contenitore o consultare il gestore.
Il dato ISPRA dimostra comunque quanto il tema sia diventato rilevante: nel 2024 si stimavano ancora circa 725 mila tonnellate di rifiuti tessili presenti nel rifiuto residuo. Segno che capire dove conferire correttamente un vecchio tessuto non è proprio un dettaglio.
Prima del bidone c’è il riuso
Ma torniamo alla nostra spugna. Se non è più adatta a lavare i piatti, significa davvero che non serve più a nulla? Non necessariamente. Una spugna ancora integra può diventare utile per pulire: il balcone, le pattumiere, le scarpe, gli attrezzi da giardino, i mobili da esterno, le ruote della bicicletta. Lo stesso vale per i panni da cucina. Uno strofinaccio ormai troppo vecchio per asciugare bicchieri e stoviglie può diventare un ottimo panno per il pavimento, per il garage o per i lavori domestici più sporchi.
È la logica delle tre R: ridurre, riutilizzare, riciclare. Altroconsumo richiama proprio questo principio anche nelle proprie indicazioni sul fine vita degli imballaggi: quando possibile, riutilizzare prima di gettare. La gestione domestica dei rifiuti è importante ed allungare la vita di un oggetto lo è ancora di più.
Attenzione alle spugne molto sporche o contaminate
Il riuso ha senso soltanto quando è igienicamente appropriato. Una spugna utilizzata a lungo in cucina può ospitare microrganismi, soprattutto se rimane umida e contiene residui alimentari. Quando presenta cattivo odore, deterioramento evidente o non può più essere pulita adeguatamente, è meglio sostituirla. Lo stesso vale per panni contaminati da sostanze chimiche, solventi o prodotti particolari. In questi casi non bisogna improvvisare utilizzi creativi.
Le modalità di raccolta dei tessili e dei piccoli oggetti domestici possono variare tra Comuni e gestori. È sempre opportuno verificare le indicazioni locali, soprattutto prima di conferire strofinacci e panni nei contenitori destinati agli abiti usati.
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