Monastero di S. Mattia a Battipaglia

di Paolo Sgroia

Nella piana di Battipaglia, sulla sinistra del fiume Tusciano, lungo la strada che porta alla localit?Fasanara, s'intravede una massiccia costruzione: ?l'antico monastero benedettino di S. Mattia.

Il monastero ?eretto con la chiesa da Guaimario V, principe longobardo, tra il 1027 e il 1052: "Longobardorum et Salerni princeps duxque Amalphiae et Surrenti, sub titulo abbatiae".

Il primo documento che lo nomina ?del 1053: "Mirando, abate di S. Mattia de loco Tusciano concede una terra a Concilio, diacono, figlio di Alechisio". Il Duca Ruggiero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo, nel 1089, dona il monastero a S. Pietro Pappacarbone, abate di Cava: "Concedimus in eodem monasterio de rebus nostre reipubice pertinentibus foris hanc civitatem in loco tusciano ultra fluviam".

Tale donazione ?esentata dalla giurisdizione vescovile dai Pontefici Urbano II (1089), Pasquale II (agosto 1100), Eugenio III (maggio 1149) e Alessandro III (gennaio 1168); ?confermata, nel 1221, anche da Federico II.

Attorno al monastero ed alla chiesa si forma anche un piccolo nucleo abitativo, denominato: Castrum S. Matthiae de Tusciano in pertinentiis Ebuli et Montis Corbini.

Il monastero diviene prima Abbazia, poi Priorato, indi Prepositura, dipendente sempre dalla Badia di Cava, e sono presenti da otto a dieci monaci, guidati da un Priore.

Il Conte Guglielmo de Principato, nel 1127, dopo alcune controversie nate per la possessione dei mulini nelle terre del Tusciano e del Sele, riconosce al monastero la propriet?di detti mulini, e, nel 1128, dona all'abate Simeone dei terreni e la gestione del traffico portuale dei fiumi Sele e Tusciano. Tale prerogativa ?confermata dal figlio Nicola nel 1131.

Nei secoli XII-XIII avviene un processo d'aggregazione territoriale del monastero tramite donazioni o acquisti per un totale di tomoli 851: nel 1141, Berardo di Eboli, dona una terra in loc. Fiorignano; nel 1143 l'Abbazia compra due terre in loc. Fiorignano da Roberto Bocci; nel 1176 acquista una terra nel casale Tusciano; nel 1181 riceve in dono una terra in loc. Castelluccio; nel 1183 acquista per 27 Tareni una terra in loc. Fasanara da Sikelgaita, figlia di Raone.

Anche tra i coloni del Castrum c'?una modesta attivit?di compravendite di terreni: nel 1259, Gualtiero Greco con il consenso della moglie Albaperra, vende a Ruggiero abate di S. Maria Nova di Calli, la terza parte pro indiviso di quattro pezzi di terra.

Il Castrum di S. Mattia e quello di S. Arcangelo sono sottratti all'Abbazia di Cava dagli Angioini subentrati agli Svevi, e saranno restituiti all'abate Giacomo, nel 1266, da re Carlo con tutte le terre e gli uomini che lo abitano. Continuando nel tempo l'opera d'aggregazione territoriale, nel 1490, al monastero risultano in locazione ben 933 tomoli di frumento e 470 tomoli d'orzo. Nel 1502-04, i soldati di Ferdinando il Cattolico e Luigi XII di Francia si fronteggiano pi?volte nella piana del Sele, distruggendo nei combattimenti il Castrum di S. Mattia, di S. Arcangelo e Selefone.

Il monastero ?ricostruito subito dopo la guerra, ma perde la sua importanza divenendo una semplice grangia della Badia di Cava. I coloni dopo la lotta armata ritornano a lavorare i campi e coltivano grano saragolla, orzo, avena, fave; e allevano pecore e capre per ricavarne lana, latte, formaggi, ricotte per il fabbisogno dei monaci. I Benedettini sono tra i primi a dare una forma metodica all'organizzazione del lavoro.

Nel 1615, troviamo un vero e proprio contratto collettivo con 70 lavoratori di Piaggine: il salario ? prefissato in 0,20 ducati al giorno per lavoratore, pi?spese varie e somministrazione di vino. Nel 1709, S. Mattia possiede 62 bovi aratori, 2400 ovini, 60 giumente, 150 vaccini. I beni del monastero sono di circa 470 ettari di terreni e il fabbricato oltre la chiesa e il granaio, ? composto da una saletta, dalla camera del padre cellerario, dalla camera della torretta, dalla camera di un frate, dalla camera del prete, da un'altra camera, dalla cucina, dalla dispensa, dal forno, dalla dispensa dell'olio e dalla cantina.

La chiesa conventuale di S. Mattia, ad un solo altare, anche se gestita dai Benedettini, nel XVIII sec. dipende dalla giurisdizione della chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo di Eboli. Nel 1707, nasce una disputa tra il parroco don Vito Paroli e padre Paolo Fratangelo della Badia di Cava e cappellano di S. Mattia, per violazione dei diritti parrocchiali di S. Bartolomeo.

Il sistema di conduzione in proprio del monastero regge fino al 1724, quando i monaci si rendono conto di non riuscire pi?a gestire tale patrimonio. La rendita ? calcolata in 1550,80 ducati, ma il primo affitto ?di solo 450 ducati, alla scadenza del contratto, nel 1731, il fitto sale a 1550 ducati e nel 1740 a 2374,25.

Chi pu?permettersi tali affitti sono solo famiglie di forte rilievo economico: De Sio, Avossa, Barone, Bellelli, Bruno, Giannattasio, Corrado, Mauro. Nella Santa Visita dell'Arcivescovo di Salerno Marino Paglia, nel 1852, la Cappella di S. Mattia risulta di propriet?del barone Bellelli.

Il monastero ?soppresso dalle leggi eversive del 1866 e tutti i suoi beni sono incamerati dallo Stato.

 

 

 







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