Roccadaspide

di Nadia Parlante

Abbarbicata su uno sperone roccioso, bella e imponente, ci saluta Roccadaspide, antichissimo borgo che un’affascinante leggenda vuole esser stato fondato dai seguaci di Spartaco.

Conosciuta per la bellezza selvaggia dei suoi paesaggi, solcati dal fluire tortuoso del Calore e per la bontà della sua castagna, prodotto tipico per eccellenza, il paese è sicuramente la meta ideale per una passeggiata “fuori porta”.

 Le sue denominazioni più antiche sono Casavetere di Capaccio e San Nicola de Aspro sostituite, a partire dal XII secolo, dal toponimo Rocca dell’Aspro e poi dell’Aspide. Dal 1850 la cittadina è conosciuta come Roccadaspide, ma è attualmente in corso un recupero storico dell’antico toponimo cinquecentesco Rocca d’Aspide.

Centrale nelle vicende storiche e culturali della cittadina, che vi si stringe intorno, il castello, edificato nel 1245 durante il regno di Federico II.

Molto ben conservato, è sicuramente fra i più integri e interessanti dell’intera provincia, e fra questi si distingue per eleganza architettonica e stilistica. Appartenuto per  secoli ai principi Filomarino di Napoli, venne ceduto nel corso dell’Ottocento alla famiglia Giuliani che ne detiene tuttora il possesso.

Partendo dal castello, attraversiamo il centro storico fino alla quattrocentesca chiesa di Santa Sinforosa, protettrice del paese.

L’iconografia artistica più ricorrente la raffigura insieme al consorte, San Getulio Zotico e i sette figli con i quali fu martirizzata.

Una caratteristica processione detta dello “Scanno”, ricordava l’intervento miracoloso della santa, che liberò il paese da una terribile invasione di cavallette.

Raggiunta la piazza e la bella fontana dei delfini, entriamo nella chiesa del Carmine. Essa venne costruita nel corso del Settecento e ospita tele e tavole di pregevole fattura.

Degna di nota è la grandiosa chiesa secentesca della Natività della Beata Maria Vergine, più conosciuta come l’Assunta. Chiusa al culto per oltre un ventennio a causa dei danni provocati dal terremoto, è recentemente ritornata all’antico splendore, con grande soddisfazione dei rocchesi che le sono particolarmente legati.

L’edificio custodisce dipinti e la preziosa statua di Santa Sinforosa.

Imponente è il portale di bronzo lavorato a bassorilievo dal peso di ben 100 quintali, raffigurante episodi evangelici ed eventi significativi della storia del paese.

Una piacevole passeggiata nel centro storico fino alla fine dell’abitato dove è possibile godere di un’ampia panoramica degli Alburni, e poi scendiamo verso la valle, culla naturale e suggestiva del Convento di Sant’Antonio.

La tradizione narra che il convento abbia avuto come superiore Felice Perretti da Grottammare, diventato Papa nel XVI sec. col nome di Sisto V. Nonostante la vicinanza all’abitato, il complesso monastico è avvolto da un silenzio assoluto.

Ogni rumore qui è attutito, impercettibile.

L’ideale francescano di povertà e semplicità è perfettamente rispecchiato nell’essenzialità delle strutture architettoniche dell’edificio, ormai in gran parte diroccate.Collocata in una nicchia, all’esterno del portico, scorgiamo la piccola statua in pietra della Madonna del Latte che accoglie benevola, il visitatore.

Segue il portale cinquecentesco, affiancato da due leoni stilofori opera del lapicida castelcivitese Belardino Rotundo (lo stesso scultore che realizzò il portale del convento di Bellosguardo e restaurò la torre di Castelcivita).

Le pareti e le volte a crociera del portico esterno sono riccamente affrescate, ma ormai scolorite dal tempo e dall’incuria.

Tra scarabocchi e maldestre coperture di calce, riusciamo a malapena ad individuare l’albero vitae francescano con i ritratti dei santi dell’Ordine, il borgo medievale di Rocca d’Aspide e uno stemma gentilizio raffigurante un’aquila bifronte e i due leoni sulla scacchiera.

Interessantissimo anche l’interno dell’annessa chiesa di Santa Maria delle Grazie, recentemente restaurata, che ospita un prezioso tabernacolo ligneo dipinto.

Al centro del trittico è inserita la statua della Vergine delle Grazie che veniva invocata dai rocchesi contro la siccità. A memoria d’uomo non è stata mai rimossa e la tradizione vuole esser stata costruita sul posto.

Riprendiamo la strada del ritorno e mentre risaliamo in paese, riemergono i suoni della vita moderna che per un istante, quel luogo senza tempo, intriso di una religiosità popolare, semplice e autentica, aveva sommerso.

 

 





Articoli Correlati