Vietri sul Mare Salerno

Vietri sul mare

 

Vietri sul Mare è uno dei più importanti comuni costieri della provincia di Salerno, annidato nell'angolo più protetto dell'omonimo golfo, immediatamente ad ovest della città capoluogo e all'inizio della Costiera Amalfitana.

Il centro della cittadina, sovrastato dal monte S. Liberatore, si adagia su un lembo terrazzato sul mare ed è dominato dalla chiesa madre di S. Giovanni Battista, di impianto seicentesco, principale monumento cittadino, sormontata dall'elegante cupola maiolicata. Sulla sottostante ampia ed attrezzata spiaggia si stende la frazione Marina, meta di flussi turistici estivi e di fine settimana, con al centro la cinquecentesca torre di difesa dai saraceni.

Le origini di Vietri, secondo la storiografia più diffusa sono riconducibili all'antica Marcina, città etrusca citata nella Geografia di Strabone, che si doveva estendere sul suolo di Marina con propaggini in Vietri capoluogo. Dell'esistenza di un'antica città vi è chiara conferma anche nella denominazione di locus Veteri assunto, nel periodo longobardo dal territorio di Vietri, Marina e Molina, nel cui ambito i documenti individuavano anche una più circoscritta civitas Veteri, di impianto altomedievale.

La fama di Vietri in Italia e all'estero è legata alla maiolica, attività che affonda le radici nel Medioevo, potenziandosi nei secoli successivi e caratterizzandosi per la ricerca di motivi originali, senza rinnegare la propria identità. Grazie alle sue caratteristiche ed alla sua storia, Vietri è considerato uno dei centri di produzione ceramica artistica e tradizionale per i quali una recente legge nazionale prevede la creazione di un proprio marchio che ne tuteli la produzione e l'immagine.

Nel Medioevo (in particolare durante le dominazioni longobarda e normanna) il territorio di Vietri era considerato una foria di Salerno al quale era legato da vincoli amministrativi ed economici. Tutta l'area salernitana, anche grazie alle cave di argilla presenti in loco era interessata all'attività della ceramica, sia nella forme invetriate che stannifere. Il commercio marittimo era assicurato dagli approdi di Salerno e di Vietri.

E nuove acquisizione con interessanti spazi di ricerca si vanno aprendo sull'attività ceramica medievale in provincia di Salerno dopo una serie di scavi che hanno messo in luce notevoli materiali. Per quanto attiene il territorio vietrese in particolare vi è da rilevare che a metà del Duecento compare il toponimo a la Greta (o Creta) - che rimarrà per secoli ad indicare un costone sovrastante il fiume Bonea tra il Capoluogo e Marina - esplicito richiamo alla presenza e utilizzo della materia prima.

Il primo documento d'archivio finora esplorato che apre la serie ininterrotta delle testimonianze sull'attività ceramica a Vietri è quello del 1472 concernente la vendita fatta da Oliviero Carmelengo di Cava a Benedetto e Cipriano Cafaro di mille langenas actas ad tenendum oleum, bene coctas stasionatas et actas ad recipiendum.

Il discorso sull'artigianato vietrese non può prescindere dalla riflessione sulla preminente funzione dell'area nei movimenti commerciali marittimi e terresti. La marina di Vietri sin dal Medioevo ha assolto ad un ruolo importante nei traffici marittimi del Basso Tirreno; ancora nel secolo scorso si ipotizzava la realizzazione del porto a Marina in alternativa a Salerno.

Accanto al legname ed ai prodotti tessili una parte determinante dell'esportazione era costituita dai prodotti ceramici. Nella seconda metà del Cinquecento questi ultimi provenivano in consistente quantità anche dalla zona di San Severino e da Giffoni. Il commercio di prodotti provenienti da queste zone andò scemando nell'ultimo decennio del Cinquecento. La produzione vietrese li soppiantò dimostrandosi autosufficiente per il territorio cavese e di garanzia per l'esportazione per la Sicilia.

Il "piatto Vietri" assurgerà a tipologia merceologica, in coincidenza con un ampliamento della bassa produttiva locale.

Verso la metà del Cinquecento si afferma il pittore Mazzeo di Stasio nella produzione di corredi per farmacia, formati da arbari di più dimensioni jarruni, pignole, fescinas, maruffi e pavimenti (quatrelli) anche per committenza napoletana, calabrese, siciliana. I documenti che lo riguardano sono di estremo interesse in quanto testimoniano che accanto alla produzione di oggetti di uso popolare si erano formate avanzate capacità professionali ricercate da una committenza selezionata. Gli stigli di farmacia venivano dipinti a più colori, con prevalenza dell'azzurro e con lo stile a penna di pavone.

Altri documenti dimostrano la diffusione dello stile compendiario faentino affidato a più maestri creatori di qualificato libello (Loffredo, Cassetta, Pizzicara, ecc.) anche se i termini Faenza - ad indicazione sia del prodotto sia del laboratorio - e faenzari compaiono nei primi anni del Seicento.

Nell'ambito della generica definizione di rogagnie e cannate, la produzione vascolare enucleava più specifiche tipologie quali saliere, acquasantiere, tazze, coppe da brodo, oltre a quelle più comuni di scodelle, vasi, orciuoli, fiaschi, langelle, caroselli, cantara.

Sempre all'inizio del Seicento è attestata in Vietri una qualificata presenza di operatori ceramici di Castelli d'Abruzzo: anche Vietri quindi partecipa di quel movimento migratorio della periferia del Regno di Napoli verso la capitale arricchendosi di nuove esperienze professionali. In seguito Vietri fornirà propri maestri e lavoranti alle realtà produttive di Napoli e di altre affermate aree ceramiche meridionali.

Tra i prodotti di ricercata fattura della seconda metà dello stesso secolo si registrano le acquasantiere, le saliere a torretta o saliere cerimoniose, i piatti di faienza a modo d'argento.

La produzione della mattonelle nei secoli XVI -XVII è limitata a singole commissioni (es. striscia di regiole pente per il pavimento della Chiesa di S. Giovanni di Vietri nel 1609, o i lavori di Mazzeo di Stasio della metà del Cinquecento, le mattonelle votive che progressivamente vengono apposte sulle mure dei fabbricati, tra le quali va segnalato il grande pannello del corso principale di Vietri, la cui errata 1080 andrebbe letta 1680 per svilupparsi in maniera più determinante nei secoli successivi (pavimenti di cotto decorati nei luoghi di culto, ambrogette delle cupole).

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Nella seconda metà dell'Ottocento la ceramica vietrese si imporrà all'attenzione dei mercati per la produzione dei pavimenti decorati con prevalenti usi nell'edilizia civile (fabbriche di ceramica Taiani, Punzi, Sperandeo), trovando anche in questa occasione nuovi stimoli dal collegamento con esperienze partenopee.

Il nostro secolo, negli anni '20 e '30, è caratterizzato da una fase che viene denominata comunemente "periodo tedesco", grazie all'arrivo di un gruppo di olandesi e tedeschi, che operarono, altresì una più vasta gamma produttiva con un ampliamento del mercato.

Con Irene Kowaliska lo spirito arcadico della locale produzione trova una suo precisazione spaziale: compaiono figure e scene tratte dalla vita dei posto. Sono figure di pescatori, di mamme coi loro bambini, segnate da una astrazione inferiore che ne esalta il valore decorativo sospeso in una fissità che travalica i bisogni contingenti dell'uomo, in una ideale ricerca del poetico anche nella semplice gestualità del quotidiano.

Il tedesco Riccardo Dolker rinnova il cromatismo tradizionale rompendone la luminosità con il nero notturno e misterioso dei loro fondali, sui quali si stagliano scene narranti, veri e propri racconti di vita quotidiana, religiosa, mitologica. Ma lo strumento espressivo è sempre lo stesso: colori accostati per contrasto, senza passaggi d'ombra, senza sfumature.

In un discorso di emulazione con la presenza straniera, sono emerse delle figure di artisti vietresi quali Giovannino Carrano, il più versatile pittore ceramico vietrese di questo secolo, i fratelli Procida, i fratelli Solimene, Andrea D'Arienzo e soprattutto Guido Gambone che porterà l'esperienza vietrese alle tensioni dell'arte.

Alla linea decorativa perseguita da Giovannino Corrano e riscoperta da Vincenzo Rispoli, si affianca la formulazione plastica. L'espressività tormentata di Salvatore Procida, le costruzioni presepiali ascensionali di Vincenzo e Giosuè Procida, la sperimentazione frenetica di forme e materia di Guido Gambone, la plasticità primordiale dei vasi a lucignolo di Andrea D'Arienzo sono la più recente espressione produttiva vietrese, che travalica, con questa instancabile ricerca formale, la serialità dei prodotto industriale.

Dal dopoguerra superata questa fase il prodotto "Vietri" ripreso si è riproposto sui mercati nazionali ed internazionali di nuovo per i pavimenti e ancora l'oggettistica ed il souvenir legato quest'ultimo al movimento turistico che anche per altri versi interessa la cittadina.

E' vivo tuttora l'integrazione tra operatori locali ed artisti stranieri che permettono un vivace scambio di esperienze favorite dall'attività promozionale dell'Amministrazione comunale, dell'Amministrazione provinciale di Salerno, dell'Ente ceramica vietrese e dal ruolo culturale turistico che ha assunto il Museo della Ceramica.

Le Istituzioni

Museo provinciale della ceramica vietrese - Torretta di Belvedere, Villa Guariglia, località Raito - Tel.089/211835. - Raccoglie reperti ceramici dal Settecento alla prima metà di questo secolo. Il percorso di visita si snoda attraverso tre principali settori: il 1? comprende oggetti di carattere religioso e devozionale, come targhe votive e acquasantiere domestiche; il 2? accoglie la documentazione relativa alle esigenze materiali, come il vasellame di uso quotidiano databile in gran parte all'Ottocento: il 3? illustra, attraverso varie sezioni nominative, il cosiddetto periodo tedesco.