GIFFONI VALLE PIANA

di Elena Sica

Giffoni Valle Piana è una ridente cittadina distante 20 km da Salerno. Ogni anno, nel periodo a cavallo tra i mesi di luglio e di agosto, cittadini del mondo giungono qui, pronti a snocciolare e vivere l’avventura del Festival del Cinema per Ragazzi " Giffoni Film Festival ". Ma Giffoni non è solo cinema, è anche un centro ricchissimo di storia e di arte. Giffoni è composta da tredici frazioni, tutte molto suggestive e degne di una visita.

Venendo da Salerno, la prima che si incontrerà è Santa Maria a Vico, distante circa 4 km dal capoluogo, il cui nome deriva dall’antico tempio pagano dedicato a Giunone Argiva, costruito con otto colonne sormontate da capitelli corinzi, trasformato in tempio paleocristiano a croce greca in epoca bizantina; monumento di inestimabile valore storico ed artistico.

Proseguendo si giunge al capoluogo ove sorge, all’ingresso della città, il trecentesco convento di San Francesco in cui sono conservati dipinti che rivelano i caratteri dello stile giottesco. Interessanti, per il turista, sono la torre campanaria del XV se?colo, il caemeterium nel quale si conservano gli affreschi più antichi, la chiesa, la cappella della Sacra Spina di Nostro Signore Gesù Cristo, che fu donata al convento dal cardinale Leonardo de’ Rossi, ed ivi custodita fino alla soppressione del convento avvenuta nel 1808.

 Oggi, la Sacra Spina si conserva nella chiesa Madre della SS. Annunziata, nella cui sacrestia si può ammirare un coro ligneo del XVI secolo e la balaustra in legno del XIV secolo, provenienti dal convento di San Francesco.

Fontana VanvitellianaLa piazza Mercato è una delle più belle della provincia: vi si possono ammirare il palazzo baronale e la zampillante fontana vanvitelliana. A non più di trecento metri dalla piazza, nel rione Campo, sorge il tempio di Ercole; vi si accede tramite una apertura squadrata che fungeva da entrata, davanti alla quale, sul pavimento, c’è una lapide con la dedica ad un senatore romano dell’epoca. Al centro c’è un frammento di una colonna di mattoni romani ed il pavi?mento presenta, in qualche punto, segni di mosaico. Ruderi castello di Terravecchia.jpg (14696 byte)La frazione più accogliente per il turista è Terravecchia, grazioso borgo medioevale fatto di viuzze acciottolate, stradine che si rincorrono, portali e fioriti giardini. Alle spalle del borgo, arroccato sul monte, vi è il castello diroccato, sulla cui origine si hanno diverse opinioni: qualcuno, infatti, sostiene che risalga ad epoca romana, altri che fu costruito durante l’invasione dei Goti.

Una visita meritano anche il cinquecentesco convento di Sant’Antonio da Padova dei Padri Capuccini, al cui interno vi sono affreschi di pregevole fattura ed il quattrocentesco convento dei Padri Serviti (ora disabitato) in Carbonara.

Cascata VassiGiffoni offre itinerari svariati: per chi vuole semplicemente passeggiare nei boschi folti e freschi; per chi cerca motivi di interesse storico e culturale. La bellezza dei luoghi che si distendono intorno al bel nastro del fiume Picentino è indimenticabile.

L’ambiente non è sofisticato e la natura impone fortemente la propria presenza, oltre che con l’acqua che scorre limpida e pescosa, anche con la sua verdeggiante e rigogliosa vegetazione. Nell’assoluto silenzio si rincorrono, nitide, le voci degli uccelli e delle cicale.Nella zona Piani, alle pendici del monte Acellica, oggi parte del Parco Nazionale dei monti Picentini, vi è la grotta dello Scalandrone, antico rifugio di briganti, luogo paradisiaco per gli amanti di speleologia.

Ogni turista riparte portandosi un poco di Giffoni nel cuore per sognare una città uma?na in qualche giorno di solitudine nella metropoli.

Giffoni Valle Piana ha il privilegio di possedere una Spina della Corona di Gesù, gelosamente custodita nella Chiesa Madre della SS. Annunziata.

Dopo la morte di Gesù, la croce, i chiodi e la corona di spine furono raccolti con la massima cura e sepolti fino a che non furono ritrovati da S. Elena imperatrice, quando liberò dalle macerie accumulate la depressione che separava il Golgota dal sepolcro. Sappiamo che ella stessa portò a Roma una notevole parte della croce, un pezzo dell’iscrizione che Pilato aveva fatto affiggere sopra di essa ed uno dei chiodi ritrovati con la croce.

La corona di spine fu certamente custodita a Gerusalemme, dove fu, subito, oggetto di grande devozione da parte dei cristiani. La prima testimonianza che abbiamo circa la presenza della corona di spine a Gerusalemme ci è data dal 409 da S. Paolino da Nola. Un’altra testimonianza ci viene dal breviario di Gerusalemme, nel quale si dice che in quella città esisteva la corona di spine che si conservava nel mezzo della basilica. Intorno al 572 Cassiodoro accenna pure alla presenza della corona di spine in Gerusalemme. Nell' anno 801 Hassan, governatore di Gerusalemme, dava in regalo una spina a Carlo Magno; Bernardo il monaco, nel 870, ci assicura che la corona era venerata nella città di Gesù.

Nel 944 il Foucher, abate di S. Benigno, porta da Gerusalemme al suo monastero di Digione una spina. Nel 1044 la città di Avignone riceve i Sacra Spina dal vescovo Benedetto I, reduce dalla Terra Santa.

Intanto non si sa quando e come la corona di spine sia passata da Gerusalemme a Costantinopoli, ove fu venerata, nella cappella di corte, fino a che l’imperatore Baldovino di Fiandra, attaccato da popoli greci capitanati da Michele Paleologo, chiese aiuto alla Francia.

Egli, prevedendo che il sacro tesoro sarebbe finito nelle mani degli infedeli, lo promise ai mercanti veneziani in cambio di una cospicua somma di denaro che, poi, egli avrebbe fatto restituire per riscattare la sacra reliquia. Il re di Francia, Ludovico IX, versò la somma ed inviò due domenicani a ritirare la corona a Venezia. Giunta in Francia, in solenne processione, la reliquia fu posta nella cattedrale di Parigi, ove rimase fino al 1244, allorchè il re la volle trasportare nella reggia, dove aveva fatto erigere una sontuosa cappella).

Una spina di quella preziosa corona fu donata dai reali di Francia al celebre cardinale De Rossi, nativo di Giffoni, che, a sua volta, la donò alla sua terra e, precisamente al convento di San Francesco d’Assisi, ove fu conservata e venerata per ben quattro secoli, fino al 1806, quando il convento e la chiesa furono soppressi dalle leggi eversive ed abbandonati all’opera distruttiva del tempo.

Presto, però, sorse una contesa fra i diversi parroci della Forania di Giffoni ed i sacerdoti della chiesa ricettizia della SS. Annunziata, per la custodia della reliquia. Finalmente, un decreto da parte dell’intendente di Salerno, in data 11 maggio 1808, risolse la questione, stabilendo che l’insigne reliquia venisse concessa alla parrocchia dell’Annunziata e che si conservasse in una nicchia sull’altare maggiore, chiusa da quattro chiavi delle quali una doveva essere custodita dal sindaco, una dal parroco, una dal primicerio della chiesa recettizia ed una quarta dal procuratore del clero. Stabilì, inoltre, che la Santa Spina si sarebbe dovuta esporre nei venerdì di marzo e nel venerdì santo di ciascun anno, nonchè in casi speciali e straordinari, come siccità, care stia, epidemie, ecc., oppure per darsi a venerare a qualche persona distinta che venisse da qualunque luogo.

Attualmente la Spina Santa continua ad essere conservata nella chiesa parrocchiale della SS. Annunziata, ed opera, quasi ogni anno, un miracolo speciale: presenta macchie di sangue vivo sopra un fondo di colore cinereo, che è il naturale; ed alcune volte si tinge interamente di sangue vivo.

Essa è lunga circa 7,5 centimetri ed è custodita in una piccola teca cilindrica in cristallo ed argento che, l’ultimo venerdì di marzo, viene esposta al bacio dei fedeli, dopo la solenne funzione e la lunga processione, che si snoda per le principali vie del paese ed a cui partecipano tutte le autorità civili e religiose del luogo, oltre che una nutrita schiera di devoti. Non tutti, però, vedono il prodigio della colorazione della reliquia.

La processione ha perso molto del pittoresco di una volta, infatti, fino a qualche anno addietro, uno spettacolo suggestivo era costituito da "i Maj", grosse composizioni, generalmente a forma di barca, ornate di fiori e costruite interamente da grossi ceri che, accesi, venivano portati in processione poggiati sul capo dei devoti, pratica ancora in auge in alcuni paesi del Sud durante le processioni.

Oggi, come ieri, durante la processione si canta l’inno alla Spina Santa, espressione viva ed appassionata di una devozione che, nei suoi caratteri popolari, ha l’incanto della semplicità:

Invochiamo cantando la Spina Sacrata la spina adorata del nostro Signore

Sia lodata la Santa Spina ca tuccava li carni divine le tuccava cu’ tant’amore pe salvà lu peccatore

 







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