Nel comune di Capriate San Gervasio, in provincia di Bergamo da cui dista circa 40 chilometri, sorge Crespi d’Adda, un caratteristico villaggio operaio del settore tessile cotoniero realizzato a partire dal 1875 a opera di Cristoforo Benigno Crespi.

Un esempio di progettazione industriale del secolo scorso

La cittadina rappresenta un emblematico esempio di progettazione dello spazio industriale del secolo scorso ispirato anche al benessere dell’operaio, con la costruzione, oltre che delle strutture adibite alla produzione, anche di dimore vivibili e con lo studio di condizioni lavorative più accettabili.

Riconoscimento UNESCO

Per la sua rilevanza architettonica e per la chiara importanza storica, il sito è divenuto nel 1995 Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.

Il legame con il fiume Adda

Il villaggio prende il nome dal vicino fiume Adda, area perfetta per la costruzione di un cotonificio, e si è conservato nel tempo sostanzialmente inalterato.

Ispirazione anglosassone

E’ stato ideato ispirandosi alle precedenti esperienze anglosassoni, in particolare alle teorie di Robert Owen, secondo cui un ambiente industriale necessitava anche di strutture che creassero una vera e propria comunità (dimore e luoghi sociali), per la convivenza pacifica tra la classe imprenditrice e quella operaia.

Un progetto ambizioso

E’ così che l’ambizioso progetto incluse, oltre alle residenze per una parte degli operai (dotate di orto e giardino) e alle ville per i dirigenti, anche la chiesa (ispirata a Santa Maria in Piazza di Busto Arsizio), la scuola, l’ospedale, il teatro, un campo sportivo, la clinica, un cimitero.

Gli edifici simbolo

Tra gli edifici spicca il “castello”, residenza estiva della famiglia Crespi, realizzato sullo stile neogotico lombardo e, ancora oggi, le ciminiere in mattoni dominano il paesaggio di Crespi d’Adda dotandolo di grande fascino.

Conservazione e storia recente

Un magnifico esempio di villaggio operaio industriale tra i meglio conservati al mondo. La fabbrica, guidata dai Crespi, è stata attiva fino agli anni Venti, quando la crisi del 1929 e il fascismo costrinsero la famiglia a vendere il complesso.