Slow Food Avellino – Tanta Qualità, la ricetta vincente per i vini Irpini.

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L’Irpinia, per conformazione e tradizione, è terra naturalmente vocata a produzioni agroalimentari.

Non sempre di qualità ma con prospettive che potrebbero diventare interessanti se solo si potenziasse il sistema di rete, a partire da quello delle infrastrutture, condicio sine qua non per una reale possibilità di crescita.

E proprio sui concetti di qualità e rete si basano le riflessioni del delegato della Condotta di Avellino di Slow Food, Carlo Iacoviello, impegnata da anni sul territorio a promuovere le tipicità locali.

Come si sposa il territorio dell’Irpinia con la cultura del vivere slow, alla base della filosofia dell’Associazione Slow Food?

“Innanzitutto con il fatto che un territorio impervio e in certi casi irraggiungibile, come quello della provincia irpina, permette un rallentamento dei tempi.

Anche se è evidente che tali “rallentamenti” non sempre fanno bene all’economia dei luoghi, troppo limitata dalla disorganizzazione della logistica locale, come l’accesso ai musei, ai siti culturali, o le carenti condizioni delle vie di comunicazione.

Mi viene in mente il caso di Monteverde, borgo tra i più belli d’Italia, che ha la sua unica via di accesso completamente sconnessa.

E’ chiaro che in queste condizioni tutto l’incoming viene fortemente compromesso”.

Slow Food promuove la cultura del mangiare (e bere) di qualità. In quest’ottica qual è secondo lei lo “stato di salute” della produzione, in particolare quella vitivinicola, irpina?

“Qui il discorso da fare è un po’ più articolato. Occorre partire da quelli che sono i concetti base di Slow Food, il buono, il pulito e il giusto. La declinazione di queste tre parole, se applicata al settore vitivinicolo può incontrare qualche difficoltà”.

In che senso?

“Il buono a volte si allinea a un cliché di gusto internazionale, che magari cerca di omologare la produzione con lieviti non autoctoni o con produzioni non tradizionali, anche se ci sono in Irpinia ottimi produttori che difendono le tipicità del territorio.

Il pulito, nel settore vino, si scontra con la chimica, che è entrata prepotentemente nella filiera produttiva con l’abuso dei trattamenti nei vigneti che, alcune volte, crea danni notevoli.

Penso per esempio agli alveari e a tutto quello che è il mondo naturale che gravita intorno ai vigneti che inevitabilmente subisce delle conseguenze negative.

Infine il concetto di giusto: a volte si registra una sproporzione tra chi è produttore di uve e chi è solo un venditore finale, quindi tra chi coltiva presidiando il territorio e chi propone solo come venditore i vini sul mercato”.

La presenza di un numero importante di cantine disseminate sul territorio, a volte con una produzione limitata di bottiglie, è da considerare un punto di forza o un punto di debolezza?

Il vino prepara i cuori
e li rende più pronti
alla passione.
(Ovidio)

“Potrebbe essere un punto di forza se la rete di comunicazione tra le aziende fosse più forte e mediata, attraverso quell’organo naturale che dovrebbe essere il Consorzio di Tutela. Visto, però, che non si riesce a fare squadra, allora diventa un punto di debolezza.

Le singole cantine sostengono spese esagerate, hanno visibilità ridotta e talvolta propongono vini che non sono all’altezza del nome che portano.

Solo un Consorzio critico, capace di escludere chi non produce qualità potrebbe dare, senza bandiere o stendardi, uno slancio anche alla piccola cantina, come accade per esempio nelle Langhe, dove si fa sistema e si riesce sempre a vendere il prodotto l’anno prima per l’anno dopo.

Qui da noi abbiamo ancora in botte il vino degli anni precedenti. E non certo per per farlo invecchiare…”.

Perché non si riesce allora ad uscire da questa impasse?

“Perché il nostro è un territorio troppo politico, qualunque cosa diventa motivo di scontro politico e ciò non porta a niente. Bisognerebbe mettere davanti il territorio, invece c’è sempre un interesse di bottega.

E naturalmente tali interessi non possono coincidere, tra chi magari si è costruito la cantina con soldi non suoi e chi lo ha fatto invece con i suoi sacrifici.

E’ chiaro che, a un certo punto, quest’ultimo per stanchezza abbandona. Insomma, sintetizzando, è un mercato drogato, non basato sulla meritocrazia”.

Qual è secondo lei la percezione che si ha, nel resto del Paese, della produzione vitivinicola irpina?

“La percezione è alta anche grazie all’ottimo lavoro svolto negli ultimi anni dalla Camera di Commercio per promuovere il brand Irpinia.

Il nome della singola cantina non collocato o legato a una storia e a un luogo diventa un marchio che non dà altra possibilità di crescita.

L’Irpinia si è fatta conoscere e può sfruttare le sue qualità naturali. Non deve perdere l’ennesimo treno, che è quello del riproporsi sul mercato come territorio e non come singolo soggetto”.

Qual è il vino che l’ha sorpresa di più e quale il suo preferito?

“Amo l’aglianico nelle sue varie declinazioni. Ma il vino che mi ha sorpreso di più è il Fiano, perchè sta dando un messaggio a tutti gli amanti dei bianchi come l’unico in Italia che ha capacità di invecchiamento, struttura e profumi ineguagliabili, con potenzialità ancora inespresse”.