Su RaiPlay torna una delle interpretazioni più intense dell’ultima fase della carriera di Nino Manfredi, protagonista di una fiction Rai del 2000 diretta da Alberto Simone che intreccia dramma familiare, errore giudiziario e ricerca della verità.

“Una storia qualunque” è il titolo della miniserie in due episodi che racconta la storia di Michele La Torre, interpretato proprio da Nino Manfredi, un uomo che ha trascorso trent’anni in carcere per un omicidio che non ha commesso e che, una volta riottenuta la libertà, si ritrova davanti a una condanna ancora più difficile da sopportare: quella del tempo perduto.

Il racconto si apre con la sua scarcerazione. Michele non ha più una casa a cui tornare, non ha più una moglie, non ha più un posto riconoscibile nel mondo. Soprattutto, non ha più i figli accanto. Sandro e Sara erano bambini quando lui è stato arrestato; ora sono adulti, cresciuti dentro una verità incompleta, forse deformata, certamente dolorosa.

Per ritrovarli, Michele si affida a Mirko, un giovane avvocato precario e generoso che lo accoglie e decide di aiutarlo. Da qui prende forma un racconto che non procede soltanto come indagine sul passato, ma come tentativo fragile, quasi clandestino, di ricostruire un legame familiare spezzato troppo presto.

Nel film, accanto a Manfredi, compaiono Bruno Wolkowitch e Agnese Nano, interpreti dei due figli ormai adulti, mentre Antonio Manzini dà volto all’avvocato Mirko Mancini, figura decisiva per riaprire le porte di una vicenda rimasta sospesa per trent’anni. La miniserie andò in onda in prima visione su Rai 1 il 19 e 20 novembre 2000, ottenendo ascolti molto alti, e negli anni è stata riproposta anche come omaggio al grande attore ciociaro.

Il titolo, “Una storia qualunque”, sembra quasi voler introdurre lo spettatore in una dimensione quotidiana, quasi ordinaria. Eppure di qualunque, nella vita di Michele, non c’è nulla. C’è un errore giudiziario che gli ha portato via tutto. C’è una famiglia spezzata quando i bambini erano ancora piccoli. C’è un uomo che non cerca vendetta, almeno non subito, ma un contatto. Un volto. Una possibilità minima di essere riconosciuto non come assassino, non come ex detenuto, ma come padre.

La trama si muove su questa linea fragile. Michele non può semplicemente bussare alla porta dei figli e pretendere di rientrare nelle loro vite. Sandro e Sara sono adulti, hanno ricordi incompleti, ferite diverse, verità ricevute a metà. Sandro ha una famiglia, un figlio, una normalità già difficile da tenere insieme. Sara porta dentro di sé la storia di un’adozione e l’idea di un padre morto o comunque perduto. Michele, allora, sceglie la strada più dolorosa: avvicinarsi senza rivelarsi subito.

Grazie a Mirko Mancini, giovane avvocato con più problemi che certezze, Michele riesce a rintracciare i figli. Un equivoco gli permette di entrare nella casa di Sandro come giardiniere. È una soluzione narrativa semplice, quasi da melodramma familiare, ma funziona perché mette il personaggio nel punto più scomodo: vicinissimo a ciò che ama, eppure costretto a restare estraneo.

Nino Manfredi dà a Michele una tenerezza asciutta, non lo trasforma in un uomo schiacciato soltanto dal dolore, ma in una persona stanca, ferita, ancora sorretta da una grande dignità. Accanto a lui, Mirko è l’uomo che lo accoglie, lo ascolta, lo accompagna in una ricerca che lentamente si allarga. Perché a Michele non basta ritrovare i figli: vuole capire cosa accadde davvero trent’anni prima.

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