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Sono Avellinese, Piccola e Borghese…

No, non e’ una sorta di ‘outing’ perché sono in crisi da identità sociale.

E’ una semplice e spontanea riflessione su me stessa, sorta dopo la visione di “Trevico Torino, viaggio nel Fiat Nam” proiettato allo Zia Lidia Social Club.

Piccola e borghese. Quando mi etichetto’ così (con infinita simpatia) un delegato CGIL al mio arrivo a Verona, il poveretto dovette sorbirsi il primo moto di ribellione proletaria della mia esistenza.

All’epoca non capivo quanto fosse azzeccata quella etichetta.

Ero piccola e borghese, ed ero il ritratto del nuovo emigrante meridionale.

Laureata, specializzata, compita, piena di buona volontà e aggiungo ingenuamente irpina.

L’alter ego borghese (almeno di origine) del Fortunato del film di Scola.

La verità e’ che tra essere emigranti borghesi (e lo so che qui molti non saranno d’accordo, ma emigrassero prima di parlare) o appartenenti alla classe operaia non ci sono delle differenze poi così eclatanti: rivedendo Fortunato mi sono rivista, era un pezzo della mia vita che andava in onda.

Certo io non sono mai stata alla catena di montaggio, non ho mai mangiato alla mensa dei poveri e non ho mai dormito in un ospizio, però le difficoltà le ho attraversate tutte.

Sono stati tempi duri, lo ammetto, ma non sto certo qui ad elencare, a passare al setaccio la mia vita, con i suoi viaggi notturni in treno, le domeniche vuote alla Casa della Giovane in attesa di trovar casa, le telefonate infinite ad amici ormai definitivamente lontani sotto tutti i punti di vista, la valigia unica simbolica compagna, la salute che se ne andava schiacciata dall’umidità, e i soldi che dopo tanta fatica fatta, anni di studio, alla fine ti accorgevi che non bastavano mai.

Sempre il famoso delegato sindacale (che quelli i fattacci loro non se li sanno fare!) un giorno mi chiese: “Ma tu, come sei venuta qui?” E io ricordo ancora, a distanza di quasi dieci anni, l’esatta, asettica risposta: “Ho fatto la valigia e sono partita”.

Perché come Fortunato si va via così, apparentemente senza emozione, e si mantiene questo stato di atarassia inconsciamente difensiva fino al limite estremo, quando la consapevolezza non la puoi più respingere negli angoli dimenticati della coscienza, fino a quando il ‘vestito buono’, come nella disperata corsa di Fortunato nella scena finale, non si sporca cadendo a terra, si impolvera, si contamina, e della tua identità di meridionale, delle tue radici, non ti rimane che la mela messa per merenda nella borsa da lavoro.

“Di dove sei?” Era la domanda a cui ogni volta rispondevo “Di Avellino” ” Ah, provincia di Napoli?”

E glie lo spiegavo che Avellino era capoluogo, ma pian piano cominciai a stancarmi di questa pantomima, finché un giorno decisi che per il mio bene avrei dovuto eludere per sempre questa semplice domanda.

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