Se stai cercando una miniserie che scorra velocissima (solo 4 episodi) ma in maniera molto intensa, ecco un titolo su Netflix che prende spunto da un fatto di cronaca avvenuto a fine degli anni Ottanta negli Stati Uniti d’America. Una vicenda che mescola insieme violenza, pregiudizio ed errori giudiziari. Guardare questa produzione non è semplice, e non vuole esserlo. Ti chiede attenzione davanti a una storia che fa male, perché è successa davvero e perché, in fondo, continua a succedere.

Distribuita in streaming dal 2019, si intitola “When They See Us”, creata e diretta da Ava DuVernay, con ben 11 candidature ai premi Emmy, e ricostruisce uno dei casi giudiziari più controversi della storia americana recente, quello dei Central Park Five.

Ovvero di cinque adolescenti afroamericani e latinoamericani di Harlem falsamente accusati di aver violentato una jogger a Central Park nel 1989. La trama di questa miniserie su Netflix segue le vite di Antron McCray, Kevin Richardson, Yusef Salaam, Raymond Santana e Korey Wise, ragazzi tra i 14 e i 16 anni travolti da un sistema giudiziario che, fin dal primo interrogatorio, li considera colpevoli.

Non c’è spazio per l’innocenza, non c’è tutela e non c’è ascolto. Solo pressioni psicologiche, confessioni estorte e un bisogno mediatico di trovare dei colpevoli rapidi da esibire all’opinione pubblica. Uno degli aspetti più devastanti che scoprirai guardando “When They See Us” è la sua scelta narrativa.

Ava DuVernay non trasforma la storia in un thriller giudiziario, ma in un dramma umano. Il focus va oltre il processo, quindi anche sulle conseguenze. Sugli anni rubati. Sulle famiglie spezzate. Sull’identità frantumata di ragazzi costretti a diventare adulti dentro celle che non avrebbero mai dovuto vedere.

Il racconto è diviso in tre fasi: l’arresto e il processo, la vita in carcere e, infine, la difficile reintegrazione dopo l’assoluzione. In particolare, il quarto episodio dedicato a Korey Wise è uno dei momenti più duri e potenti della televisione contemporanea.

Interpretato da uno straordinario Jharrel Jerome (che con il suo ruolo si è aggiudicato l’Emmy come migliore attore ed è stato molto apprezzato anche in “Mr.Mercedes“), Korey diventa il simbolo di una violenza sistemica che non si limita a togliere la libertà, ma cerca di cancellare l’essere umano.

Le interpretazioni sono tutte di altissimo livello (da Aunjanue Ellis a Niecy Nash ad Asante Blackk), soprattutto considerando la giovane età degli attori nei primi episodi. Ogni sguardo, ogni silenzio, come pure ogni scatto di rabbia è carico di verità.

Accanto a loro, anche i genitori, madri e padri impotenti di fronte a un sistema ostile, sono ritratti con un realismo che ti sembrerà colpire allo stomaco.

Questa breve e incisiva produzione su Netflix (ben 93% di gradimento dagli utenti Google, 96% su Rotten Tomatoes e 8,8/10 su IMDb) vuole ovviamente rappresentare anche una potente denuncia del razzismo istituzionale, dei media sensazionalistici e di una giustizia che invece di proteggere distrugge.

Alla fine ti ritroverai solo con la consapevolezza che l’assoluzione non restituisce ciò che è stato tolto. Questa miniserie, lo avrai capito, non si guarda per intrattenimento. Si guarda per ricordare e per non voltarsi dall’altra parte nel caso dovesse ripetersi una vicenda dello stesso tipo.

Profondamente umana, ti resta addosso molto dopo l’ultimo episodio, costringendoti a riflettere su quanto un errore o, piuttosto, una risoluzione troppo superficiale di un caso, possa produrre estremo dolore e una catena di ingiustizie umanamente inaccettabili.

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