Un uomo che ha raggiunto la fama. Tutti lo amano, lo applaudono, lo riconoscono ovunque. Poi, in una sola notte, basta un errore, una scelta sbagliata, e tutto ciò che ha costruito inizia a crollare. In quel momento il successo smette di mostrare il suo lato positivo per annegarlo in un abisso fatto di incubi, in questa miniserie Netflix.
Creata da Eric Newman per lo streaming in piattaforma, si intitola “True Story”, nel suo mix tra drammatico, thriller psicologico, crime e riflessione sul potere distruttivo della fama. Protagonista assoluto è Kevin Hart, in un ruolo sorprendentemente lontano dalla sua immagine comica (senza dimenticarlo nel film “Un padre“), affiancato da un inquietante e magnetico Wesley Snipes.
In sette episodi tesi e serrati, questa produzione approdata in tv nel 2021 racconta quanto possa essere fragile la linea che separa l’immagine pubblica dalla verità privata e conta un gradimento su Google di 81%, su Rotten Tomatoes di 57%, su IMDb un punteggio di 7,4/10.
Nelle vesti di personaggio principale c’è Kid, una superstar della stand-up comedy mondiale, in tour trionfale negli Stati Uniti. Durante una tappa a Philadelphia, una notte di eccessi si trasforma in un incubo: una giovane donna viene trovata morta nella stanza d’albergo di Kid.
Da quel momento, nulla è più sotto controllo. Al suo fianco c’è Carlton, il fratello maggiore appena uscito di prigione, figura ambigua, protettiva e allo stesso tempo profondamente destabilizzante. Il cuore di questa produzione thriller su Netflix non è tanto il mistero criminale, quanto il rapporto tossico tra i due fratelli.
Carlton, interpretato da Wesley Snipes, è il vero motore oscuro della serie: carismatico, manipolatore, imprevedibile. È lui a ricordare costantemente a Kid da dove viene, a rinfacciargli il passato, a insinuarsi nelle sue paure più profonde.
Il loro legame è fatto di senso di colpa, dipendenza emotiva e una violenza latente che cresce episodio dopo episodio. È necessario sottolineare quanto Kevin Hart sorprenda per misura e intensità. Il suo Kid è un uomo terrorizzato dall’idea di perdere tutto: carriera, reputazione, libertà.
Per questi motivi, la miniserie gioca abilmente sul contrasto tra ciò che il pubblico vede, ovvero l’artista sorridente, sicuro, vincente, e ciò che accade lontano dai riflettori, dove dominano paranoia, menzogne e decisioni sempre più disperate.
È un ritratto amaro della celebrità come gabbia dorata, in cui ogni errore viene amplificato e ogni silenzio può diventare un’arma. Temi a ben pensarci sempre molto attuali, stando alla cronaca quotidiana dal mondo.
Un buon lavoro lo fanno la regia e la scrittura, che mantengono un ritmo costante, costruendo una tensione che non nasce dall’azione pura, ma dalla progressiva perdita di controllo. Ogni episodio aggiunge infatti un tassello alla spirale di compromessi morali, mostrando come una bugia ne generi un’altra, fino a rendere impossibile distinguere il vero dal falso.
In questo senso, il titolo “True Story” suona quasi ironico: la verità, qui, è un lusso che nessuno può permettersi. Interessante anche notare la riflessione sul rapporto tra media, giustizia e opinione pubblica. Questa storia sembra infatti suggerirti come, nel mondo dello spettacolo, l’apparenza possa contare più dei fatti e come il potere economico e mediatico possa piegare la narrazione degli eventi.
Ma allo stesso tempo, mostra il prezzo psicologico di questa manipolazione continua. Perciò questa su Netflix è una serie che inquieta più per ciò che ti suggerisce che per ciò che ti mostra. Cupa, tesa e disturbante, vale la visione soprattutto per le interpretazioni e per il modo in cui smonta il mito del successo come garanzia di felicità.
Perché, quando la verità viene sepolta troppo a fondo, prima o poi chiede il conto. E raramente lo fa con gentilezza.
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