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Them: Covenant su Prime Video, una miniserie in due stagioni

29 Gennaio 2026di Rosaria Carifano
Deborah Ayorinde
Deborah Ayorinde

Un racconto che unisce trauma, razzismo e terrore psicologico. Una serie antologica su Prime Video che scava nel cuore oscuro degli USA, là dove la violenza non è solo un atto, ma un sistema, una presenza quotidiana che si insinua nelle case, nelle relazioni, nelle menti. Creata da Little Marvin e prodotta dalla geniale Lena Waithe, è un’opera che usa il linguaggio dell’horror per raccontare una verità storica e morale spesso rimossa: quella del razzismo strutturale e delle sue cicatrici ancora aperte.

Realizzata dagli Amazon MGM Studios, Loro (titolo originale: Them) fonde horror psicologico, dramma sociale e racconto storico. Ogni stagione è autonoma, con personaggi e contesti diversi, ma legata da un filo comune: l’idea che il vero orrore americano non sia soprannaturale, bensì profondamente umano. La sua visione è un’esperienza disturbante, a tratti dolorosa, che costringe lo spettatore a confrontarsi con immagini e tematiche scomode, spesso ignorate dalla narrazione mainstream.

La prima stagione, “Them: Covenant”, composta da 10 episodi, è ambientata nella California degli anni Cinquanta e segue la famiglia Emory, afroamericana, che si trasferisce in un quartiere residenziale interamente bianco di Los Angeles. Quella che dovrebbe essere una promessa di riscatto e integrazione si trasforma rapidamente in un incubo. I vicini, apparentemente rispettabili, mettono in atto una campagna di terrore psicologico fatta di minacce, sabotaggi e intimidazioni. A questo orrore “reale” si sovrappone una dimensione più ambigua e simbolica, dove presenze inquietanti e visioni sembrano incarnare il peso della storia, della schiavitù e della violenza razziale.

Deborah Ayorinde offre una performance intensa e lacerante nel ruolo di Livia “Lucky” Emory, madre e moglie che cerca disperatamente di proteggere la propria famiglia mentre viene progressivamente consumata dal trauma. Il suo personaggio incarna il peso psicologico di una violenza che non è solo esterna, ma anche interiorizzata. Ashley Thomas – che abbiamo visto anche nella serie “Hostage” – nei panni del marito Henry, rappresenta invece il conflitto tra il desiderio di integrazione e la rabbia repressa di chi sa di non essere mai davvero accettato. Insieme, danno vita a un ritratto familiare complesso, fragile, profondamente umano.

La critica ha elogiato le performance di questi due protagonisti. Ad esempio, il prestigioso The Guardian, attraverso la firma di Lucy Mangan, ha riportato: “Ciò che distingue questa rappresentazione dei pregiudizi degli anni ’50 (non un terreno inesplorato) è che, grazie alle magnifiche interpretazioni di Thomas e Ayorinde, si percepisce chiaramente il costo sostenuto dalle vittime: la enorme quantità di energia mentale necessaria per affrontare un mondo implacabilmente ostile, la conseguente stanchezza, il costante logoramento dell’anima”.

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La seconda stagione – sottotitolata “The Scare” – conta 8 puntate, e sposta l’azione nella Los Angeles dei primi anni Novanta, seguendo una detective afroamericana alle prese con un caso di omicidi efferati che sembrano intrecciarsi con traumi personali e collettivi. Il contesto cambia, ma il cuore tematico resta lo stesso: il razzismo come forza corrosiva, capace di deformare la realtà e la percezione di sé. La serie amplia così il suo discorso, mostrando come il passato continui a infestare il presente, assumendo nuove forme ma mantenendo intatta la sua brutalità.

Questa serie gioca costantemente sul confine tra reale e metaforico. Il male non ha un’unica forma: è negli sguardi, nelle parole non dette, nei sorrisi falsi dei vicini, ma anche nei demoni interiori che i protagonisti portano con sé. La regia insiste su atmosfere opprimenti, su spazi domestici che diventano prigioni, su silenzi carichi di minaccia. L’horror non arriva mai come semplice shock: è lento, persistente, quasi soffocante.

Dal punto di vista stilistico, “Loro” è una serie di grande ambizione visiva. La fotografia è curata, spesso pittorica, ma sempre al servizio del disagio. È un horror che non cerca la scorciatoia dell’effetto sorpresa, ma lavora sulla tensione emotiva e sulla memoria storica, rendendo lo spettatore parte attiva del trauma narrato.

Loro mostra la violenza senza filtri, costringendo chi guarda a confrontarsi con il proprio malessere. Non c’è catarsi facile, non c’è redenzione rassicurante. C’è solo la consapevolezza che certi orrori non appartengono al passato, ma continuano a riecheggiare nel presente. È un racconto che usa l’horror come strumento politico e morale, ribaltando l’idea stessa di mostro: non creature sovrannaturali, ma persone comuni, sistemi sociali, eredità storiche.

È una serie che scuote, ferisce, fa discutere. Un viaggio nell’America che preferisce non guardarsi allo specchio, dove l’orrore non vive nell’ombra, ma alla luce del giorno. Più attuale che mai.

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