Ci sono film che colpiscono allo stomaco per l’intensità delle storie che raccontano. Storie che chiedono attenzione e rispetto per essere ascoltate fino in fondo. Tra queste, eccone una poco conosciuta su Netflix che ha ispirato una miniserie spagnola composta da una sola stagione di sole 13 puntate di circa 50 minuti l’una.

Prodotta da Atresmedia e Boomerang TV, diretta da Humberto Mirò, Carlota Pereda e Pablo Guerrero, e nata inizialmente per il solo mercato dello streaming ispanico, ha successivamente attirato l’attenzione di Netflix, che ne ha acquisito i diritti di distribuzione internazionale, rendendola disponibile sulla piattaforma a partire dal 15 giugno 2022.

Si intitola “Alba”, adattamento del fortunato show turco “Fatmagül’ün Suçu Ne?”, e mette al centro della narrazione una ragazza, Alba appunto, (interpretata da Elena Rivera), una giovane vittima di uno stupro di gruppo avvenuto dopo una serata in discoteca in un piccolo centro della Marina Baixa, in Spagna.

Quello che inizialmente sembra un percorso giudiziario lineare si complica rapidamente, intrecciandosi con numerose sottotrame che arricchiscono lo sviluppo del racconto principale. Primo su tutti, il ruolo del suo fidanzato, che risulta essere amico dei colpevoli. Così emerge forte il racconto di un trauma e della fatica immensa di dargli un nome, soprattutto quando i responsabili fanno parte dell’élite locale.

Un ruolo importante nella narrazione è la scelta di spostare l’attenzione dalle dinamiche del crimine alla soggettività della vittima. “Alba” non è una semplice serie thriller o crime, ma un dramma psicologico che indaga le ferite invisibili lasciate dalla violenza.

Il racconto segue il percorso emotivo della protagonista: la confusione iniziale, il senso di colpa, la vergogna indotta, la rabbia e infine la determinazione a non tacere. Ed è il caso di sottolineare quanto Elena Rivera offra un’interpretazione intensa e mai sopra le righe in questo delicato ruolo. Accanto a lei, altri giovani attori come Eric Masip, Alvaro Rico, Pol Hermoso e Jason Fernandez.

Il suo volto racconta molto più delle parole attraverso lo smarrimento, ma anche la forza che lentamente emerge. Attorno a lei ruota un sistema sociale che spesso preferisce proteggere i colpevoli piuttosto che ascoltare la vittima.

È qui che questa serie drammatica su Netflix colpisce più duramente, mostrando quanto il peso del silenzio e della sfiducia possa essere devastante quanto l’atto violento stesso. Nonostante le premesse solide e un tema di forte impatto sociale, questa produzione valutata 76% su Google, 46% su Rotten Tomatoes e 6,4/10 su IMDb, fonde dramma, thriller e soap opera.

Il risultato è una narrazione che però può risultare talvolta discontinua, capace di alternare momenti di tensione efficaci a passaggi meno convincenti e talvolta confusi. Con il procedere degli episodi, la verità sull’aggressione emerge gradualmente, ma insieme ad essa affiorano ostacoli e rallentamenti che complicano la ricerca di giustizia della protagonista.

Il percorso giudiziario si intreccia con una battaglia quotidiana contro i demoni interiori, lasciando intendere che le ferite subite non potranno mai essere completamente cancellate. Sul versante più propriamente crime, la serie sceglie consapevolmente una costruzione complessa e stratificata, puntando su una sceneggiatura ricca di colpi di scena, incastri narrativi e relazioni dense tra i personaggi.

In questa produzione troverai comunque ricchezza tematica e complessità della trama, rendendola un progetto dalle grandi potenzialità che è capace di colpire l’attenzione e coinvolgerti nel suo drammatico e purtroppo verosimile racconto.

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