E se scoprissi che il tempo a tua disposizione diventasse improvvisamente limitato? Non in modo astratto, ma decisamente reale, clinico e scritto nero su bianco in una cartella medica. Un’ipotesi che spaventa e che fa rabbrividire, una diagnosi amara che accorcia la tua esistenza.
Ci puoi riflettere guardando questa serie composta da quattro stagioni (40 episodi) disponibile in streaming su Netflix, una commedia drammatica con protagonista assoluta Laura Linney.
Si intitola “The Big C” e ti mette davanti a un interrogativo tristemente reale, chiedendoti cosa faresti se non potessi più rimandare. Creata da Darlene Hunt e trasmessa su Showtime dal 2010 al 2013, è una produzione che affronta uno dei temi più delicati in assoluto, il cancro.
Lo fa scegliendo però una strada sorprendente, quella della commedia drammatica, dell’umorismo amaro e della vita che insiste anche quando tutto sembra crollare.
Straordinaria la Linney (apprezzata anche in film come “Il calamaro e la balena” o “Sully”) nel ruolo di Cathy Jamison, insegnante di periferia, moglie, madre e donna che, all’improvviso, scopre di avere un forma tumorale in fase avanzata.
La diagnosi diventa il punto di rottura di un’esistenza apparentemente ordinaria e soffocata dalle abitudini. Cathy non reagisce come ci si aspetterebbe: niente grandi discorsi, niente eroismi ostentati. Semplicemente, decide di smettere di fingere, di dire ciò che pensa, di fare ciò che desidera, anche quando è scomodo, sbagliato o doloroso per chi le sta intorno.
È in questa scelta che “The Big C” ora su Netflix trova la sua forza più autentica. La serie non racconta il cancro come un percorso edificante o consolatorio. Al contrario, lo mostra nella sua quotidianità più cruda, con visite mediche, terapie, stanchezza, rabbia, paura.
Ma accanto a tutto questo c’è la vita che continua, spesso in modo goffo e contraddittorio. Il tono alterna volutamente momenti di leggerezza quasi spiazzante a passaggi emotivamente durissimi, senza mai sembrare artificiale. E tra gli elementi più riusciti c’è il ritratto dei personaggi che orbitano attorno a Cathy.
Il marito Paul (Oliver Platt), immaturo e fragile; il figlio Adam (Gabriel Basso), adolescente chiuso e spaesato; il fratello Sean (John Benjamin), tossicodipendente e imprevedibile. Nessuno di loro è idealizzato. Tutti reagiscono alla malattia in modo imperfetto, spesso egoista, ma umano.
La serie ha infatti il coraggio di mostrare quanto una diagnosi non colpisca solo chi è malato, ma l’intero sistema affettivo che lo circonda. La protagonista Cathy non è mai una vittima né un’eroina, è al contrario una donna che sbaglia, ferisce, ama, ride e ha paura.
Ed è proprio questa normalità a rendertela così vicina. Guardandola, è impossibile non riconoscerti almeno in parte nelle sue contraddizioni. Con il passare delle stagioni, questa serie valutata discretamente sul web (50% di gradimento su Google, 55% su Rotten Tomatoes e 8,1/10 su IMDb) cambia tono.
Se all’inizio prevale l’ironia liberatoria, col tempo il racconto si fa più cupo, più consapevole, più vicino all’inevitabile. Una scelta narrativa coerente, che non tradisce mai la promessa iniziale, ovvero raccontare la malattia senza filtri e senza scorciatoie emotive.
Come capita nelle serie su Netflix basate sul dramma, “The Big C” è uno spettacolo per la tv che alla fine vuole costringerti a guardare in faccia ciò che spesso eviti perché troppo dolorose. Ed è proprio per questo che ti può restare impresso. Ma non come una storia sulla morte, ma come un invito potente a vivere, adesso e davvero.
