Amanti delle serie lunghe e iconiche disponibili su Netflix mettetevi all’ascolto. Nel vasto repertorio di produzioni di qualche anno fa, che sono subito diventate riferimento del loro genere, ce n’è una che sicuramente avrete almeno sentito nominare.
Se vi stuzzicano i crime che sanno far sorridere mentre osservate un’indagine su un caso apparentemente irrisolvibile, ecco una di quelle serie che finiscono per diventare casa. Vi abituerete ai corridoi del Jeffersonian, ai dialoghi serrati, alle ossa che raccontano storie. E, quasi senza che ve ne accorgiate, potrete iniziare ad affezionarvi ai personaggi come fossero colleghi di lavoro.
Prodotta dal 2005 al 2017 per dodici stagioni, parliamo di ‘Bones’, una produzione della 20th Century Fox Television che ha ottenuto tantissime candidature a Emmy Awards, Satellite Award e vinto premi internazionali. Oltre ad avere ottime recensioni sul web e indici di gradimento che si attestano su un 89% su Google, un 86% su Rotten Tomatoes e un valore di 7,8 su 10 su IMDb.
La sua storia segue le vicende della brillante antropologa forense Temperance Brennan (interpretata da Emily Deschanel), scienziata razionale, metodica, incapace di comprendere fino in fondo le sfumature emotive del mondo che la circonda. Accanto a lei c’è l’agente dell’FBI Seeley Booth (David Boreanaz), istintivo, empatico, profondamente legato ai valori tradizionali.
Due visioni opposte che si incontrano, si scontrano e, nel tempo, si completano. Molto interessante notare come la narrazione regga l’equilibrio della doppia dimensione procedurale e umana. Ogni episodio ruota attorno a un caso diverso: resti umani ritrovati nei luoghi più improbabili, delitti mascherati da incidenti, misteri che solo l’analisi scientifica può sciogliere.
La squadra del Jeffersonian, composta da specialisti eccentrici e geniali, ricostruisce le dinamiche del crimine partendo da frammenti ossei, tra microscopi, laboratori hi-tech e intuizioni brillanti. Oltre la sua natura prettamente investigativa, questa serie che Netflix ti propone in visione rappresenta anche un racconto sulla crescita personale, sull’amicizia, sull’amore che nasce dove meno te lo aspetti.
La relazione tra Brennan e Booth è uno degli archi narrativi più amati della serialità anni Duemila, con il loro lento avvicinamento fatto di tensione, ironia e vulnerabilità. Lei, convinta che tutto possa essere spiegato dalla scienza; lui, persuaso che esista qualcosa di più grande, che sia fede, istinto o semplice umanità.
Nel corso delle dodici lunghe e intense stagioni, ci si troverà immersi in temi complessi che includono il rapporto tra razionalità e spiritualità, la difficoltà di conciliare carriera e vita privata, il trauma, la perdita. Senza mai rinunciare a un tono leggero, spesso ironico, che stempera la crudezza dei casi trattati.
Pur seguendo la struttura classica del procedural, questa produzione ormai iconica riesce a distinguersi grazie alla scrittura brillante dei dialoghi e alla costruzione dei personaggi secondari. Ogni “squint”, come vengono soprannominati gli assistenti di Brennan, ha una personalità definita, contribuendo a creare un microcosmo riconoscibile e familiare.
E dopo dodici stagioni e 246 episodi da 40 minuti l’uno, la serie si è congedata lasciando un’eredità importante nel panorama delle serie crime statunitensi. Lo fa sapendo unire rigore scientifico e dinamiche sentimentali, costruendo una formula capace di durare nel tempo senza perdere identità.
Se non la conosci e ti incuriosisce, ecco quindi una visione su Netflix ideale per unire mistero, ironia e un percorso emotivo autentico. Una produzione solida che mette sostanza dietro ogni scheletro analizzato e che pone il sentimento al centro anche di una indagine delicata.
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