Basta pronunciare il nome di Stephen King e nella memoria arrivano quasi automaticamente alberghi infestati, clown assassini, automobili possedute, adolescenti con poteri inquietanti. È comprensibile: l’horror ha costruito una parte enorme della sua fama. Ma se guardiamo alle opere che cinema e televisione hanno tratto dai suoi libri, emerge un’immagine molto più ampia dello scrittore americano.
Alcuni dei film tratti dai romanzi di Stephen King più amati non fanno paura nel senso tradizionale del termine. Parlano di amicizia, speranza, ossessione, carcere, senso di colpa, tempo perduto. Altri utilizzano il soprannaturale quasi con discrezione, lasciando che siano le fragilità degli uomini a diventare la vera fonte di inquietudine.
Ed è probabilmente questo uno dei motivi per cui King continua a essere adattato dopo oltre mezzo secolo di carriera letteraria: le sue storie possiedono personaggi che il cinema riesce a riconoscere e reinventare.
Pensiamo a Le ali della libertà attualmente disponibile per gli abbonati di HBO. Il film del 1994 diretto da Frank Darabont, con Tim Robbins e Morgan Freeman, deriva dalla novella Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, pubblicata nel 1982 nella raccolta Stagioni diverse. Di horror non c’è praticamente traccia. Ci sono un uomo condannato all’ergastolo, le mura di un carcere e soprattutto il trascorrere degli anni.
Darabont comprende qualcosa che altri adattamenti di King hanno talvolta dimenticato: prima dell’evento eccezionale vengono le persone. Il rapporto tra Andy Dufresne e Red trasforma così una storia carceraria in un racconto sulla possibilità di conservare una parte di sé quando tutto intorno sembra volerla cancellare.
Cinque anni dopo lo stesso regista torna a King con Il miglio verde, questa volta partendo dal romanzo pubblicato originariamente a puntate nel 1996. Tom Hanks è il secondino Paul Edgecomb, Michael Clarke Duncan il gigantesco John Coffey, detenuto nel braccio della morte con un dono inspiegabile.
Qui il soprannaturale torna, ma quasi sottovoce. A restare impressi sono l’ingiustizia, la pena capitale, la pietà e quel dubbio terribile che attraversa il film: cosa accade quando un sistema costruito per amministrare la giustizia incontra qualcosa che non sa comprendere?
Poi c’è il King dell’ossessione.
Misery non deve morire, diretto nel 1990 da Rob Reiner dal romanzo Misery del 1987, rimane uno degli esempi migliori. Uno scrittore, una casa isolata, una lettrice che sembra averlo salvato e che lentamente rivela la propria natura. Kathy Bates costruisce Annie Wilkes evitando di ridurla a una semplice caricatura: può apparire premurosa un istante e diventare terrificante quello successivo.
Fu una prova talmente potente da portarle l’Oscar come migliore attrice protagonista nel 1991.
È interessante rivederlo oggi, nell’epoca dei fandom e del rapporto sempre più diretto tra pubblico e autori. Annie pretende di possedere i personaggi che ama e, in qualche modo, anche chi li ha creati. Il film è del 1990, ma quel meccanismo psicologico non appare affatto invecchiato.
Un altro rapporto malato e claustrofobico attraversa Il gioco di Gerald, tratto dal romanzo pubblicato da King nel 1992 e diretto per Netflix nel 2017 da Mike Flanagan. Carla Gugino e Bruce Greenwood entrano in una camera da letto e da lì Flanagan costruisce un thriller quasi a camera chiusa, nel quale la prigionia fisica finisce per spalancare spazi molto più dolorosi nella memoria della protagonista.
Per anni il romanzo era sembrato difficilissimo da adattare proprio perché gran parte dell’azione avviene dentro la mente di Jessie. Flanagan trova invece nel limite la propria forza: riduce lo spazio e amplia progressivamente ciò che possiamo vedere del personaggio.
Sempre nel 2017 arriva su Netflix 1922, diretto da Zak Hilditch e interpretato da Thomas Jane e Molly Parker. Nasce dall’omonima novella contenuta nella raccolta Notte buia, niente stelle, pubblicata nel 2010.
Qui l’orrore ha l’odore della terra, delle case rurali, del denaro e di una famiglia che si distrugge. King recupera quasi il tono di una tragedia americana: un delitto genera conseguenze che sembrano propagarsi nell’ambiente stesso. Puoi interpretarle come soprannaturali oppure come materializzazione del rimorso. Funzionano in entrambi i casi.
La televisione ha poi permesso ai suoi romanzi più complessi di respirare con tempi differenti. 11.22.63, miniserie del 2016 con James Franco, nasce dal romanzo del 2011 e porta il protagonista indietro nel tempo, alla vigilia dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. La produzione coinvolse J.J. Abrams e trasformò il libro in un racconto che mescola fantascienza, thriller, storia americana e sentimento.
Ancora differente è Mr. Mercedes, serie su Netflix con Brendan Gleeson nata dal romanzo del 2014, primo capitolo della trilogia dedicata al detective Bill Hodges. Qui King entra nel crime quasi puro: un investigatore in pensione e un assassino cominciano una sfida psicologica che utilizza computer, messaggi e manipolazione molto più dei fantasmi.
E potremmo continuare a lungo. Carrie – Lo sguardo di Satana di Brian De Palma, Shining di Stanley Kubrick, Stand by Me – Ricordo di un’estate di Rob Reiner, La zona morta di David Cronenberg, It, Doctor Sleep. Registi diversissimi hanno trovato nei suoi libri materiale per costruire cinema altrettanto diverso.
Forse allora chiamare Stephen King semplicemente “maestro dell’horror” comincia a stargli stretto. La paura resta una componente fondamentale della sua scrittura, certo, ma spesso è soltanto il mezzo con cui arrivare altrove.
Dentro le sue storie continuano a esserci persone che desiderano una seconda possibilità, che commettono errori irreparabili, che cercano di sfuggire al passato o che scoprono quanto possa essere difficile convivere con ciò che hanno fatto.
È per questo che molti di questi adattamenti meritano ancora di essere visti o rivisti. Non soltanto per scoprire quanto sappiano spaventare. Ma per accorgersi, magari anni dopo, che Stephen King stava raccontando soprattutto noi.
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