Un buon lavoro può offrire indipendenza, riconoscimento e la sensazione di avere finalmente trovato il proprio posto. Può però diventare anche una gabbia, soprattutto quando il successo dipende dall’obbedienza, dalle relazioni di potere o dalla disponibilità a sacrificare una parte di sé.
Su Netflix, il mondo professionale non è soltanto uno sfondo. È il luogo in cui ambizione, bisogno di approvazione e disuguaglianze cambiano i rapporti e mettono i protagonisti davanti a scelte difficili. Dal mondo della finanza a una grande azienda di moda, fino a una fabbrica tessile in India, il lavoro può promettere un futuro migliore e nello stesso tempo chiedere un prezzo altissimo.
In “Fair Play” Emily, interpretata da Phoebe Dynevor, e Luke, a cui dà volto Alden Ehrenreich, lavorano nello stesso fondo d’investimento e tengono nascosta la loro relazione. L’equilibrio si rompe quando Emily riceve una promozione che Luke pensava fosse destinata a lui. La giovane diventa il suo superiore e quella differenza di ruolo entra immediatamente anche nella vita privata della coppia.
Luke prova inizialmente a mostrarsi felice, ma l’invidia e il senso di umiliazione crescono ogni giorno. L’ufficio invade la loro casa, mentre ogni successo di Emily viene vissuto dal compagno come una sconfitta personale. La carriera che dovrebbe garantire sicurezza finisce così per mettere in crisi il rispetto sul quale avevano costruito la relazione.
Il potere assume una forma ancora più esplicita in “La jefa”. Sofía, interpretata da Cumelén Sanz, ottiene un impiego nell’azienda di moda guidata da Beatriz, imprenditrice carismatica a cui dà volto Aitana Sánchez-Gijón.
Sofía vuole costruirsi una carriera e considera la nuova capa un modello di successo. Quando scopre di essere incinta, teme però che la maternità possa interrompere tutto ciò per cui ha lavorato.
Beatriz le propone allora un accordo: occuparsi di lei durante la gravidanza e adottare il bambino, permettendole di continuare senza ostacoli il proprio percorso professionale. Quella che inizialmente sembra una soluzione vantaggiosa diventa lentamente una forma di controllo. Sofía si trasferisce nella casa della dirigente, perde autonomia e comprende che il prezzo richiesto non riguarda soltanto il lavoro.
In “Anuja” la stessa parola, lavoro, assume un significato completamente diverso. Anuja è una bambina di nove anni che vive con la sorella maggiore Palak nelle baraccopoli di Nuova Delhi. Entrambe lavorano in una fabbrica tessile per riuscire a sopravvivere.
Interpretata da Sajda Pathan, Anuja possiede però un talento straordinario per la matematica. Un insegnante se ne accorge e le offre la possibilità di sostenere un esame di ammissione per una scuola prestigiosa. Per la bambina potrebbe essere l’occasione di cambiare completamente il proprio futuro.
Il proprietario della fabbrica, però, vede in quella capacità qualcosa da sfruttare. Le propone un posto meglio pagato nel suo ufficio, mettendola davanti a una scelta molto più grande della sua età: continuare a lavorare per aiutare la sorella oppure provare a costruirsi una vita diversa attraverso lo studio.
Il corto, diretto da Adam J. Graves, concentra in poco più di venti minuti una situazione in cui lavoro, povertà e istruzione diventano inseparabili. Anuja non deve scegliere tra una carriera e un’altra, ma tra il bisogno immediato di sostenere la propria famiglia e la possibilità, ancora fragile, di non restare per sempre dentro quella fabbrica.
