Il cinema più libero spesso nasce da una deviazione. Non segue la strada più comoda, non cerca sempre l’identificazione immediata, non ti accompagna con docilità dentro la storia. Preferisce spiazzarti: con un’inquadratura troppo precisa, una battuta crudele, un personaggio fuori misura, una realtà che sembra già caricatura di se stessa.
Su Netflix questo percorso passa attraverso tre titoli diversissimi tra loro, ma legati da una stessa idea di cinema fuori dagli schemi. Un film d’autore elegante e geometrico, una commedia nera norvegese che trasforma il matrimonio in campo di battaglia, un documentario italiano diventato quasi profetico sul potere della televisione e dell’immagine.
Non sono film da guardare distrattamente. Sono opere che chiedono attenzione, perché lavorano sullo stile, sull’eccesso, sulla satira e su personaggi che sembrano appartenere a un mondo leggermente deformato. E proprio per questo, spesso, più vicino al nostro di quanto vorremmo ammettere.
Grand Budapest Hotel
Pochi registi contemporanei hanno costruito un immaginario riconoscibile come Wes Anderson. In “Grand Budapest Hotel”, film del 2014, il suo cinema trova una delle forme più compiute: simmetrie perfette, colori pastello, ritmo da fiaba meccanica e malinconia nascosta dietro ogni gag. Questo film commedia è ambientato nel periodo tra le due guerre ed è interpretato da Ralph Fiennes, Tony Revolori e F. Murray Abraham.
La trama ruota attorno a Gustave H., leggendario concierge di un prestigioso albergo nel cuore dell’Europa immaginaria di Zubrowka. Ralph Fiennes lo interpreta con eleganza, isteria controllata e una comicità sorprendente, costruendo un personaggio che sembra uscito da un romanzo perduto del Novecento. Accanto a lui c’è Zero, giovane lobby boy interpretato da Tony Revolori, che diventa allievo, complice e testimone di un mondo destinato a scomparire.
Il film parte da un’eredità, una morte sospetta e un quadro conteso, ma la sua vera forza sta altrove: nel modo in cui trasforma il caper movie in una elegia sulla fine di un’epoca. Dietro la leggerezza visiva, Wes Anderson racconta la fragilità della civiltà europea, il peso della memoria e l’assurdità della storia quando irrompe dentro le vite private. È un film visionario perché sembra giocare con le forme, ma sotto la superficie colorata lascia passare una malinconia netta, quasi dolorosa.
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The Trip
Il matrimonio, nel cinema, è spesso raccontato come promessa, crisi o riconciliazione. “The Trip”, film norvegese del 2021 diretto da Tommy Wirkola, prende quella struttura e la fa esplodere in una commedia nerissima, violenta, sanguinosa e volutamente sopra le righe. Su Netflix, il film parte da due coniugi intenzionati a uccidersi a vicenda durante un viaggio in una baita isolata, prima che una minaccia ancora più grande complichi tutto. Nel cast ci sono Noomi Rapace, Aksel Hennie e Atle Antonsen.
Lisa e Lars sono una coppia alla deriva. Lei è un’attrice frustrata, lui un regista insoddisfatto. Il viaggio fuori città dovrebbe sembrare una fuga romantica, ma entrambi hanno un piano molto meno sentimentale: eliminare l’altro e incassare il possibile vantaggio della sua scomparsa. La situazione precipita quando nella casa irrompono elementi esterni che trasformano la guerra coniugale in un delirio di sopravvivenza.
Noomi Rapace porta nel film una fisicità dura, nervosa, lontana da ogni immagine rassicurante, mentre Aksel Hennie costruisce un personaggio meschino, comico e disperato. Il risultato è un racconto che mescola thriller, horror, azione e commedia splatter, con un’energia quasi anarchica. Non cerca il buon gusto, anzi lo sfida apertamente. E proprio in questa sua brutalità grottesca trova un’identità precisa: The Trip è una satira feroce sulla coppia, sull’egoismo e su quella sottile linea che separa il conflitto domestico dalla follia pura.
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“Videocracy”
Alcuni documentari invecchiano. Altri, invece, sembrano diventare più inquietanti col passare del tempo. “Videocracy”, diretto da Erik Gandini nel 2009, appartiene alla seconda categoria. Questo documentario politico osserva il rapporto tra televisione, potere e immaginario nell’Italia segnata da Silvio Berlusconi, magnate dei media e più volte presidente del Consiglio.
Il documentario non costruisce un’inchiesta tradizionale. Preferisce muoversi dentro un paesaggio umano e televisivo fatto di aspiranti personaggi, agenti, corpi esibiti, culto della fama, linguaggi mediatici diventati modello sociale. Sullo schermo compaiono, tra gli altri, Flavio Briatore, Fabrizio Corona, Lele Mora e Simona Ventura, figure che raccontano un’epoca in cui la visibilità sembrava trasformarsi in valore assoluto.
La forza di “Videocracy” sta nella sua natura ibrida: documentario, satira culturale, riflessione politica, racconto quasi fantascientifico di un Paese reale. La televisione commerciale non viene osservata soltanto come industria, ma come macchina capace di modellare desideri, ambizioni e comportamenti collettivi.
Visto oggi, nel tempo dei social e dell’esposizione permanente, il film di Erik Gandini appare ancora più disturbante: non parla solo dell’Italia di allora, ma di una cultura dell’immagine che non ha smesso di espandersi.
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