La serialità italiana più interessante, a volte, nasce prima sulla pagina che sullo schermo. Prima di diventare immagini, volti, stanze, silenzi e conflitti, alcune storie hanno già attraversato i lettori, i premi letterari, il dibattito culturale. È qui che Netflix trova un terreno fertile: trasformare romanzi forti in racconti visivi capaci di parlare a pubblici diversi.

In questo percorso entrano tre adattamenti da guardare insieme: una serie nata dal romanzo di Daniele Mencarelli, vincitore del Premio Strega Giovani 2020; una miniserie tratta dal libro di Marco Missiroli, vincitore del Premio Strega Giovani 2019 e finalista al Premio Strega; e una grande rilettura seriale del capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, romanzo che conquistò il Premio Strega 1959.

Tre opere molto diverse: la salute mentale, il desiderio nella coppia, la fine di un mondo aristocratico. Ma viste una accanto all’altra raccontano qualcosa di più ampio: la fragilità dell’identità, il bisogno di essere riconosciuti, la paura di cambiare quando tutto intorno sembra già deciso.

Su Netflix, questi tre adattamenti diventano un piccolo itinerario tra serie tratte da romanzi italiani, memoria letteraria e sensibilità contemporanea. Non semplici trasposizioni, ma tentativi di portare nel linguaggio della serialità storie che avevano già dimostrato di saper lasciare un segno.

“Tutto chiede salvezza”

Tra le produzioni del nostro Paese più intense arrivate su Netflix, “Tutto chiede salvezza” occupa un posto particolare. La prima stagione è uscita il 14 ottobre 2022, tratta dall’omonimo romanzo di Daniele Mencarelli, vincitore del Premio Strega Giovani 2020; la serie è poi proseguita con una seconda stagione pubblicata nel 2024.

Il cuore della storia resta il percorso di Daniele, interpretato da Federico Cesari, un ragazzo che si risveglia in un reparto psichiatrico dopo una crisi violenta e scopre di essere stato sottoposto a un TSO, trattamento sanitario obbligatorio. Da quel momento, i giorni del ricovero diventano una discesa dentro il dolore, ma anche un incontro inatteso con altre fragilità.

La forza della serie diretta e adattata da Francesco Bruni sta nel non trasformare la salute mentale in un tema da spiegare dall’alto. La racconta attraverso i corpi, gli sguardi, gli scoppi di rabbia, i silenzi, le improvvise tenerezze. Accanto a Daniele si muovono figure che non sono mai semplici “casi clinici”: Gianluca, Giorgio, Mario, Madonnina, Alessandro, ognuno con una ferita diversa e una forma personale di resistenza.

Il cast, con Fotinì Peluso, Andrea Pennacchi, Vincenzo Crea, Ricky Memphis, Carolina Crescentini e Filippo Nigro, costruisce un racconto corale in cui l’ospedale diventa quasi un mondo parallelo. Fuori c’è la normalità che giudica. Dentro, paradossalmente, nasce una verità più nuda.

È una serie da vedere o rivedere perché ha ancora molto da dire sul bisogno di essere accolti senza dover fingere equilibrio. E perché ricorda una cosa semplice, ma spesso dimenticata: chiedere salvezza non è debolezza, è già un gesto di coraggio.

“Fedeltà”

“Fedeltà” lavora su un territorio più intimo e ambiguo: quello della coppia, del desiderio, del tradimento immaginato o reale. La miniserie italiana, composta da sei episodi, è tratta dal romanzo di Marco Missiroli, finalista al Premio Strega 2019 e vincitore del Premio Strega Giovani; nel cast ci sono Michele Riondino e Lucrezia Guidone, diretti da Andrea Molaioli e Stefano Cipani.

La storia segue Carlo e Margherita, marito e moglie, apparentemente solidi, ancora attratti l’uno dall’altra, lontani dall’immagine della coppia consumata dalla routine. Proprio per questo il dubbio diventa più interessante. Non nasce da una relazione spenta, ma da una crepa interiore.

Lui è un professore part-time di scrittura creativa, figlio di un ambiente borghese che sembra avergli lasciato addosso un senso di inadeguatezza. Lei ha messo da parte ambizioni e desideri, trasformando il proprio talento in una vita più controllata, forse più sicura, ma non per forza più felice. Attorno a loro si muovono tentazioni, fantasie, attrazioni laterali: una studentessa, un fisioterapista, il bisogno di sentirsi ancora scelti.

Il pregio di “Fedeltà” è nella sua materia psicologica. Non cerca lo scandalo facile, ma guarda il tradimento come una domanda: a chi dobbiamo essere fedeli davvero? Alla persona che amiamo, all’idea che abbiamo costruito di noi stessi, al desiderio che ci attraversa senza chiedere permesso?

Tra Milano e Rimini, la miniserie su Netflix racconta una crisi sentimentale con tono elegante, sensuale, a tratti trattenuto. Non tutto arriva con la stessa forza, e alcuni personaggi secondari avrebbero meritato più spazio, ma il tema resta potente: la fedeltà non riguarda solo il corpo, riguarda l’identità.

  • Leggi la recensione completa di Fedeltà

“Il Gattopardo”, la grande illusione del cambiamento diventa serie su Netflix

Con “Il Gattopardo”, il percorso si chiude su un terreno più monumentale. La miniserie Netflix, disponibile dal 5 marzo 2025, riporta sullo schermo il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, uno dei testi centrali della letteratura italiana del Novecento. Sei episodi per rientrare nella Sicilia del 1860, tra il tramonto dell’aristocrazia, l’avanzata della nuova borghesia e quella sensazione amarissima che il cambiamento, a volte, serva solo a conservare il potere.

Al centro c’è Don Fabrizio Corbera, principe di Salina, interpretato da Kim Rossi Stuart: un uomo che osserva la fine del proprio mondo con lucidità, orgoglio e malinconia. Accanto a lui si muovono Concetta, a cui Benedetta Porcaroli dà una presenza ferita e trattenuta, Tancredi, interpretato da Saul Nanni, e Angelica, affidata a Deva Cassel. Il cast comprende anche Francesco Colella, Paolo Calabresi e Astrid Meloni.

La serie non può evitare il confronto con il film di Luchino Visconti del 1963, e proprio qui sta il rischio maggiore. “Il Gattopardo” non è soltanto una storia di palazzi, abiti, matrimoni e paesaggi siciliani: è una riflessione sulla trasformazione apparente, sulla capacità delle classi dominanti di adattarsi pur di non perdere davvero il controllo. Portarlo oggi in forma seriale significa renderlo più disteso, più accessibile, forse anche più vicino a uno spettatore abituato a seguire i personaggi nel tempo.

Il fascino visivo è evidente: Palermo, Siracusa, Catania e Roma diventano luoghi di una memoria storica che non resta immobile, ma continua a interrogare il presente. La fotografia, i costumi e l’impianto produttivo puntano a restituire grandezza e decadenza, bellezza e presagio, splendore e perdita.

Rispetto a “Tutto chiede salvezza” e “Fedeltà”, qui il conflitto è meno intimo e più storico. Ma la ferita è la stessa: capire chi si è quando il mondo intorno cambia pelle. Per questo “Il Gattopardo” funziona bene come terzo titolo del percorso: porta il discorso dalla fragilità personale alla fragilità di una classe sociale, dalla stanza d’ospedale e dalla casa borghese fino ai saloni dove il destino sembra elegante, ma è già segnato.

Condividi