La televisione italiana degli ultimi anni ha trovato una strada interessante quando ha smesso di raccontare le donne solo come figure da salvare, amare o giudicare. Su Netflix questo percorso diventa ancora più evidente guardando tre serie disponibili che, pur diversissime per tono e ambientazione, parlano della stessa cosa: il diritto di occupare uno spazio pubblico senza chiedere permesso.

Una redazione romana negli anni Settanta. Una scuola in un territorio difficile. Una cronista che torna a Palermo e finisce dentro indagini, ferite familiari e sentimenti non risolti. Cambiano i luoghi, cambiano i generi, ma resta un filo comune: tre donne entrano in sistemi dominati da regole già scritte e provano a riscriverle con la forza della parola, della presenza e dell’intelligenza emotiva.

Tre storie diverse, un’unica domanda sottotraccia: cosa succede quando una donna decide che il posto assegnato non le basta più?

Mrs Playmen

Il percorso può cominciare da “Mrs Playmen”, serie italiana in sette episodi diretta da Riccardo Donna, disponibile su Netflix dal 12 novembre 2025 e ispirata alla vita di Adelina Tattilo, editrice della rivista Playmen. La produzione è stata presentata alla Festa del Cinema di Roma e vede Carolina Crescentini nel ruolo di Adelina Tattilo, accanto a Filippo Nigro, Giuseppe Maggio, Francesca Colucci, Domenico Diele, Francesco Colella, Lidia Vitale e Giampiero Judica.

Qui la macchina da stampa non è solo un dettaglio scenografico. È il cuore pulsante di un’Italia ancora stretta tra moralismo, censura e desiderio di modernità. Adelina prende in mano una rivista scandalosa per l’epoca e la trasforma in un laboratorio culturale, dove il corpo femminile non è più soltanto oggetto di sguardo maschile, ma terreno di conflitto, autonomia e provocazione.

La forza di questa miniserie sta proprio in questa ambiguità fertile. La serie non santifica la sua protagonista, né la riduce a icona da copertina. La segue mentre affronta creditori, pregiudizi, maschilismo, solitudini private e battaglie pubbliche. Il risultato è un dramma biografico che lavora sul confine tra emancipazione e scandalo, mostrando quanto fosse rischioso, in quegli anni, pretendere di cambiare l’immaginario nazionale una pagina alla volta.

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La preside

Da una redazione si passa a una scuola, e il salto è meno brusco di quanto sembri. Anche “La preside” racconta una donna che entra in un luogo compromesso e prova a restituirgli senso. La serie, diretta da Luca Miniero, è stata trasmessa su Rai 1 dal 12 gennaio 2026 in quattro serate, per un totale di otto episodi, ed è liberamente ispirata alla storia vera di Eugenia Carfora, dirigente scolastica di Caivano diventata simbolo di riscatto educativo e sociale.

Luisa Ranieri interpreta Eugenia Liguori, una preside combattiva che sceglie l’Istituto Anna Maria Ortese di Napoli, in un contesto segnato da dispersione scolastica, assenza di risorse e marginalità. RaiPlay presenta il racconto come tratto da una storia vera e ne sottolinea il nucleo: salvare i ragazzi attraverso la scuola.

Il passaggio su Netflix amplia il pubblico di una fiction che parla a un’Italia riconoscibile, concreta, spesso raccontata solo attraverso l’emergenza. Qui invece la scuola diventa un campo di battaglia morale. Eugenia non è una dirigente eroica nel senso retorico del termine. È una donna che sbaglia, insiste, si espone, cerca gli studenti fuori dalle aule, affronta famiglie, professori, burocrazia e sfiducia.

Accanto a Luisa Ranieri, il cast comprende Alessandro Tedeschi, Francesco Zenga, Ludovica Nasti, Pasquale Brunetti, Tony Laudadio, Ivan Castiglione e Daniela Ioia. Ma il vero coprotagonista è il territorio: non uno sfondo folkloristico, bensì una ferita aperta. “La preside” funziona quando evita la predica e lascia emergere la fatica quotidiana dell’educazione, quella fatta di porte da riaprire, ragazzi da inseguire, adulti da convincere.

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Viola come il mare

Il terzo tassello è apparentemente più leggero, più vicino al light crime e alla fiction sentimentale. Eppure “Viola come il mare” entra bene in questo percorso perché sposta il tema dello sguardo femminile dentro la cronaca. La serie, tratta dal romanzo Conosci l’estate? di Simona Tanzini, è coprodotta da Rti e Lux Vide, diretta nella prima stagione da Francesco Vicario e costruita in dodici episodi.

Francesca Chillemi interpreta Viola Vitale, ex professionista della comunicazione di moda che torna a Palermo per cercare il padre mai conosciuto e inizia a lavorare come cronista di nera. Al suo fianco c’è Can Yaman, nel ruolo dell’ispettore Francesco Demir, figura ruvida, diffidente, spesso opposta alla sensibilità della protagonista. Nel cast figurano anche Simona Cavallari, Chiara Tron, David Coco e Giovanni Nasta.

Il tratto distintivo della serie è la sinestesia (condizione in cui i sensi si sovrappongono in modi inusuali) di Viola, capace di percepire le emozioni degli altri attraverso i colori. Potrebbe sembrare un espediente da melodramma televisivo, e in parte lo è. Ma diventa anche una chiave narrativa efficace: la protagonista non indaga solo i fatti, prova a leggere ciò che le persone nascondono. In un mondo dominato da verbali, prove e sospetti, la sua fragilità diventa uno strumento di comprensione.

Vista insieme alle altre due serie, “Viola come il mare” chiude il cerchio con un tono più popolare, ma non inutile. Dopo l’editrice che sfida il moralismo e la preside che combatte l’abbandono scolastico, arriva una giornalista che usa l’empatia per attraversare il dolore degli altri. Tre registri diversi, tre modi di raccontare donne che non si limitano a reagire: scelgono, rischiano, sbagliano, si prendono la scena.

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