Il suo universo è riconoscibile al primo sguardo. Colori saturi o atmosfere livide, personaggi larger than life, dialoghi affilati, ossessioni che si insinuano sotto la pelle. Nelle produzioni firmate da Ryan Murphy il successo non è mai lineare, l’identità è sempre in bilico e la facciata pubblica nasconde crepe profonde.
C’è un gusto per l’eccesso, certo. Ma anche una precisione quasi chirurgica nel raccontare ambizione, fragilità e potere. Su Netflix, questo mood si traduce in miniserie che attraversano epoche e generi diversi, mantenendo una cifra stilistica coerente: l’essere umano al centro, esposto, vulnerabile, pronto a bruciare sotto i riflettori.
In “Ratched” (2020), ad esempio, la tensione psicologica è costante. Murphy scava nel lato oscuro dell’autorità e mostra come il confine tra cura e controllo possa diventare sottilissimo. In un ospedale psichiatrico del 1947 prende forma una delle sue figure più enigmatiche. Con 8 episodi, la storia segue l’arrivo di un’infermiera, interpretata da Sarah Paulson, determinata a entrare in un istituto all’avanguardia nelle terapie per le malattie mentali. L’ambiente è elegante e crudele insieme, fatto di corridoi immacolati e sperimentazioni brutali.
Quando un giovane accusato di aver ucciso quattro preti diventa il caso centrale dell’ospedale, la narrazione si trasforma in un gioco di manipolazioni e segreti. La protagonista non è una semplice professionista: è una donna con un disegno preciso, un legame nascosto, una missione personale.
Poi ci si sposta in un liceo d’élite americano. In “The Politician” (2019–2020), con Ben Platt nei panni dell’ambizioso Payton Hobart, Murphy utilizza toni ironici e colori pop per raccontare la costruzione artificiale del consenso. Anche qui, la maschera conta più della verità.
Lì il potere ha un volto più giovane ma non meno spietato. Un ragazzo convinto fin dall’infanzia di essere destinato alla Casa Bianca decide di candidarsi a presidente del consiglio studentesco per costruire il primo tassello del proprio futuro politico.
Intrighi, dossier compromettenti, alleanze strategiche: la campagna elettorale scolastica assume i contorni di una vera corsa presidenziale. L’immagine pubblica diventa ossessione, ogni segreto può essere un’arma.
Il terzo tassello cambia scenario ma non tema. In “Halston” (2021), interpretato da Ewan McGregor, Murphy racconta la vera storia e la parabola di un uomo che diventa brand e finisce travolto dal sistema che ha contribuito a creare.
Nella New York degli anni Settanta, tra le luci dello Studio 54 e le passerelle internazionali, un giovane designer americano conquista il jet-set mondiale. Il suo talento rivoluziona la moda femminile, trasformandolo in celebrità globale.
Ma dietro l’eleganza minimalista e le amicizie con star come Liza Minnelli e Bianca Jagger, si nasconde una personalità fragile, incline agli eccessi e alle scelte finanziarie rischiose. L’espansione commerciale del marchio segna l’inizio della perdita di controllo.
Il discorso si fa ancora più cupo con la serie antologica “Monster”, ideata da Ryan Murphy insieme a Ian Brennan. Qui il potere non è creativo né politico: è dominio patologico.
La prima stagione, “DAHMER – Monster: La storia di Jeffrey Dahmer” (2022), ricostruisce in 10 episodi i 17 omicidi compiuti tra il 1978 e il 1991 dal serial killer di Milwaukee. Le atmosfere sono dark, horror, profondamente disturbanti. Non è un semplice docufilm: la serie entra nella psicologia del protagonista, interpretato da Evan Peters, esplorando l’isolamento, il rapporto ossessivo con la madre, le falle investigative che avrebbero potuto fermarlo prima.
Il secondo capitolo, “Monster: La storia di Lyle ed Erik Menendez” (2024), cambia scenario ma mantiene l’indagine sulle dinamiche familiari e sul confine tra vittime e carnefici, raccontando il caso dei fratelli accusati dell’omicidio dei genitori in una Beverly Hills patinata e tossica.
Il terzo capitolo, dedicato a Ed Gein, prosegue l’esplorazione delle menti devianti che hanno segnato la cronaca americana, mostrando come l’orrore possa nascere in contesti apparentemente ordinari.
In tutte e tre le stagioni di “Monster”, Murphy evita la spettacolarizzazione gratuita. Il racconto insiste sulle responsabilità sociali, sulle omissioni, sulle crepe del sistema. Le atmosfere sono opprimenti, la tensione costante, la ricostruzione meticolosa.
Moda, politica, istituzioni, cronaca nera. Generi diversi, stessa impronta.
Nelle produzioni di Ryan Murphy visibili in streaming su Netflix, l’identità è sempre una costruzione fragile. Il successo può diventare trappola. L’ambizione può sfociare in ossessione. E dietro ogni icona – o ogni mostro – c’è sempre una storia di crepe invisibili.
È questo il suo marchio più potente: raccontare la superficie scintillante e, subito dopo, mostrarci ciò che si nasconde sotto.
