Tra i film da vedere a Natale, quando il tempo rallenta e cresce il desiderio di storie capaci di parlare a grandi e piccoli, il cinema italiano sa ancora offrire titoli che dividono, fanno discutere, ma restano impressi. Oggi “Pinocchio” di Roberto Benigni torna disponibile su Netflix, pronto a essere (ri)visto come evento familiare e come operazione cinematografica ambiziosa, figlia di un’idea di spettacolo che non ha mai avuto paura di osare.

Un racconto che continua a emozionare, un viaggio dichiarato nel mondo della fantasia e della tradizione: “Pinocchio” è l’adattamento cinematografico di uno dei grandi classici della letteratura italiana, firmato nel 2002 da Roberto Benigni, che sceglie di confrontarsi apertamente con l’immaginario di Carlo Collodi, senza mediazioni e senza timori reverenziali.

Uscito nelle sale italiane il 25 dicembre 2002, il film nasce come kolossal fiabesco prodotto da Melampo Cinematografica e Miramax Films, con un budget imponente per l’epoca, stimato intorno ai 45 milioni di dollari. L’obiettivo era chiaro: trasformare una fiaba popolare in un’opera cinematografica dal respiro internazionale, mantenendo però un’anima profondamente italiana, visiva e narrativa.

Benigni si ritaglia il ruolo più rischioso, quello di Pinocchio, una scelta che all’epoca fece discutere e che ancora oggi divide. Accanto a lui, Carlo Giuffrè interpreta un Geppetto dolente e umano, figura paterna fragile e commovente. Nicoletta Braschi, presenza costante nel cinema di Benigni, veste i panni della Fata Turchina, sospesa tra dolcezza e mistero. Attorno a loro ruotano interpretazioni carismatiche come quella di Kim Rossi Stuart nel ruolo di Lucignolo e Peppe Barra, che dà voce e corpo a un Grillo Parlante dal forte sapore teatrale.

Dopo l’uscita in sala, “Pinocchio” ha conosciuto una lunga seconda vita televisiva e in streaming, fino all’attuale disponibilità su Netflix, che permette di rileggerlo oggi con uno sguardo diverso. Al botteghino internazionale il film ha incassato circa 45 milioni di dollari, confermando un’attenzione globale che andava oltre il pubblico italiano.

Il percorso critico è stato complesso e contraddittorio. Il film ha ottenuto due David di Donatello, un Nastro d’Argento e un Ciak d’Oro, ma anche un discusso Razzie Award, diventando uno dei casi più emblematici del cinema italiano dei primi anni Duemila. Su IMDb il punteggio si ferma a 4,5/10, mentre su Rotten Tomatoes il gradimento del pubblico è intorno al 34%. Più indulgente il giudizio degli utenti Google, che lo premiano con circa il 55%, segnale di un’opera che continua a trovare spettatori affezionati, soprattutto nel contesto familiare.

La storia resta quella universalmente conosciuta: Geppetto crea un burattino di legno che prende vita e si ritrova catapultato in una serie di avventure fatte di bugie, tentazioni e scelte sbagliate. Pinocchio attraversa un percorso di crescita che passa dagli incontri con il Gatto e la Volpe, con Mangiafuoco e con la Fata, fino alla conquista della propria umanità. Benigni arricchisce il racconto con una poetica personale, a tratti ingenua, a tratti volutamente eccessiva, fedele alla sua idea di fiaba come spettacolo totale.

Il vero punto di forza del film resta l’immaginario visivo: scenografie artigianali, costumi elaborati, paesaggi italiani che diventano luoghi dell’anima. La colonna sonora di Nicola Piovani accompagna il racconto con toni onirici e riconoscibili, contribuendo a creare quell’atmosfera sospesa che rende “Pinocchio” una visione particolare, imperfetta ma sincera.

Rivederlo oggi su Netflix significa anche riconoscere il coraggio di un autore che ha scelto di reinterpretare un mito fondativo senza cercare compromessi. Un film che non ha avuto la visibilità unanime che meritava, ma che resta un tassello importante del cinema italiano, soprattutto nel periodo natalizio, quando la magia delle storie conta più della perfezione.