Basta un uomo in mutande in mezzo a Broadway per capire che quello che stai per guardare non ha alcuna intenzione di comportarsi come un film normale. Su Netflix, il film di Alejandro G. Iñárritu entra in scena così: spiazzando, disorientando, attirando subito lo sguardo in un territorio dove realtà, teatro, ego e allucinazione si mescolano senza chiedere permesso.

Dietro c’è una produzione targata New Regency, M Productions e Le Grisbi Productions, distribuita da Fox Searchlight, e soprattutto c’è “Birdman”, uno dei titoli più premiati del decennio: vincitore di 4 OscarMiglior film, Miglior regia, Miglior sceneggiatura originale e Miglior fotografia — dopo essere stato candidato in nove categorie.

La trama ruota attorno a Riggan Thomson, interpretato da un grande Michael Keaton, attore un tempo famosissimo per aver interpretato un supereroe di enorme successo e oggi schiacciato dal peso di quella stessa immagine. Per riprendersi il prestigio perduto decide di tentare il tutto per tutto: adattare, dirigere e interpretare a teatro un testo di Raymond Carver a Broadway.

È un’idea che ha il sapore della sfida artistica, certo, ma anche quello di una scommessa disperata. Riggan non vuole soltanto tornare visibile: vuole essere preso sul serio. Vuole dimostrare di non essere un relitto di Hollywood. Vuole convincere gli altri, e forse soprattutto sé stesso, di avere ancora un’identità che non coincida con il costume da supereroe che lo ha reso celebre. Questa è la base del racconto, ma Birdman è molto più instabile e affascinante di quanto sembri nella sua premessa. Da qui il film si allarga come una crepa.

Le prove dello spettacolo diventano un campo minato: un incidente cambia gli equilibri del cast. L’arrivo di un attore geniale e ingestibile come Mike Shiner, cui presta il volto Edward Norton, spinto dalla fidanzata Lesley interpretata da Naomi Watts complica tutto invece di risolvere il problema. Intorno a Riggan gravitano la figlia Sam, che una straordinaria Emma Stone rende fragile e tagliente, l’ex moglie, la compagna, il produttore, i critici, i fantasmi del fallimento e quella voce interiore che continua a parlargli come se il vecchio Birdman fosse ancora lì, appollaiato nella sua testa, pronto a deriderlo o a sedurlo.

Nella pellicola ciò che emerge è il progressivo collasso di un uomo che cerca il controllo e trova invece il caos. Ogni cosa sembra sfuggirgli di mano. Il teatro, che dovrebbe rappresentare la sua rinascita, si trasforma in uno spazio febbrile in cui tutto è esposto: il talento, il narcisismo, la paura di essere inutili, il bisogno quasi infantile di essere amati. Riggan prova a tenere insieme lo spettacolo e la propria vita privata, ma il film mostra quanto le due dimensioni siano ormai indistinguibili.

Anche il cast contribuisce a rendere il film da vedere su Netflix ancora più stratificato. Michael Keaton è perfetto nel ruolo di Riggan, anche per il cortocircuito evidente con la sua storia di ex interprete di Batman. Poi c’è il modo in cui Iñárritu sceglie di raccontare la storia.

Birdman è costruito come se fosse quasi un unico lunghissimo piano sequenza, una scelta che non serve soltanto a impressionare dal punto di vista tecnico, ma diventa linguaggio puro: lo spettatore non ha tregua, non può mai davvero uscire dalla testa del protagonista, resta intrappolato con lui nei corridoi stretti del teatro, nelle prove, nelle crisi, nelle esplosioni d’orgoglio e nei cedimenti più intimi.

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