Il bello delle serie cult è che non scadono: cambiamo noi, e loro ci aspettano lì, pronte a colpirci in un punto diverso. Alcune sono diventate “grandi” per stile, altre per coraggio narrativo, altre ancora perché hanno saputo parlare del presente senza sembrare una lezione.

Dentro Netflix si nasconde una piccola biblioteca di titoli che, per un motivo o per un altro, rischiano di passare in secondo piano sotto la valanga delle novità. E invece meritano una volta nella vita: per capire cosa può fare la scrittura seriale quando smette di cercare il consenso facile e decide di essere libera.

Ecco 5 serie, ordinate per anno d’uscita, che coprono registri lontani ma hanno un filo comune: raccontano identità in trasformazione, senza chiedere permesso.

La prima è Shameless, prodotta da Showtime e andata in onda dal 2011 al 2021. Undici stagioni che raccontano la vita dei Gallagher, famiglia disfunzionale del South Side di Chicago guidata – o forse sarebbe meglio dire trascinata – da un padre alcolizzato e anarchico. Quando la madre scompare e Frank è troppo impegnato a sabotare se stesso, è Fiona, la figlia maggiore, a diventare il pilastro della casa.

Attorno a lei orbitano fratelli diversissimi tra loro: Lip, genio autodistruttivo; Ian, alle prese con la propria identità e la malattia; Debbie, che cresce troppo in fretta; Carl, ribelle in cerca di direzione; Liam, il più piccolo, costretto a maturare osservando il caos. La trama si sviluppa come una cronaca familiare senza filtri: lavori precari, amori sbagliati, dipendenze, sogni infranti e improvvise occasioni di riscatto. È una serie che alterna ironia feroce e dramma sociale, mostrando un’America marginale ma piena di umanità.

Diverso il tono di Younger, creata da Darren Star e trasmessa dal 2015 al 2021. Qui la protagonista è Liza Miller, quarantenne divorziata che, dopo anni dedicati alla famiglia, tenta di rientrare nel mondo del lavoro. L’editoria newyorkese che trova davanti a sé è però ossessionata dalla giovinezza.

Per ottenere un impiego, Liza decide di mentire sulla propria età e finge di avere ventisei anni. Inizia così una doppia vita fatta di segreti, amicizie inattese e relazioni sentimentali complicate. La trama segue il suo percorso dentro una casa editrice dove le dinamiche professionali si intrecciano con quelle personali: l’amicizia con Kelsey, l’evoluzione del rapporto con Diana, il triangolo amoroso che la mette di fronte a scelte identitarie profonde. Dietro il tono brillante e veloce, la serie affronta temi concreti come l’ageismo, il valore dell’esperienza e la paura di non sentirsi più “adatti” in una società che corre veloce.

Nel 2016 arriva su Netflix The OA, ideata da Brit Marling e Zal Batmanglij, un’opera che rompe qualsiasi schema tradizionale. La storia comincia con il ritorno improvviso di Prairie Johnson, giovane donna scomparsa per sette anni. Prima era cieca, ora vede perfettamente. Tornata a casa, chiede di essere chiamata “OA” e riunisce attorno a sé un gruppo di adolescenti e un’insegnante, ai quali racconta la propria esperienza.

Il suo racconto parla di prigionia, di esperimenti condotti da uno scienziato ossessionato dalla vita oltre la morte, di esperienze di pre-morte e di dimensioni alternative. La trama si muove tra passato e presente, tra realtà e possibilità metafisiche, fino a trasformarsi in una riflessione sul bisogno umano di credere e di trovare un senso al dolore. Ogni episodio aggiunge un tassello a un mosaico che non offre certezze ma invita a interrogarsi sulla natura stessa della narrazione.

Nel 2018 debutta Killing Eve, prodotta da BBC America e basata sui racconti di Luke Jennings. Al centro c’è un inseguimento che diventa ossessione reciproca. Eve Polastri è un’analista dell’MI6 annoiata dalla routine e attratta dai casi di assassine donne. Quando inizia a indagare su una killer internazionale nota come Villanelle, la sua vita ordinaria si sgretola.

Villanelle è elegante, imprevedibile, capace di muoversi tra città europee lasciando dietro di sé una scia di morti e stupore. La trama si costruisce come un duello psicologico: ogni incontro tra le due è carico di tensione, desiderio, paura e riconoscimento. Non è solo una caccia, ma un gioco di specchi in cui entrambe vedono nell’altra una parte nascosta di sé. Tra missioni, tradimenti e organizzazioni segrete, la serie esplora il confine sottile tra attrazione e distruzione.

Chiude la lista Virgin River, adattamento dei romanzi di Robyn Carr, in streaming su Netflix dal 2019. Qui la protagonista è Melinda Monroe, infermiera che si trasferisce in una cittadina remota della California settentrionale per ricominciare dopo un lutto devastante.

La realtà che trova è più complessa di quanto immaginasse: un medico burbero, una comunità diffidente e un passato che continua a bussare alla porta. La trama si sviluppa lentamente, stagione dopo stagione, intrecciando le storie degli abitanti del paese: l’ex marine Jack e i suoi fantasmi, le coppie in crisi, le gravidanze inattese, i segreti mai confessati.

Virgin River non punta sui colpi di scena sensazionalistici, ma sul tempo lungo della guarigione e sulle relazioni che si costruiscono giorno dopo giorno. È un racconto di seconde possibilità, dove il paesaggio naturale diventa metafora di un equilibrio da ritrovare.