Se fino a qualche tempo fa bastava digitare il nome di Ferzan Ozpetek per ritrovarsi davanti una piccola retrospettiva digitale, oggi quasi tutti i suoi film sono scomparsi da Netflix. Restano i ricordi, restano le immagini, ma in streaming è rimasto un solo titolo: “Nuovo Olimpo”. Ed è inevitabile che questo dettaglio pesi, perché rende la visione ancora più preziosa.

Per chi ama il cinema del regista turco naturalizzato italiano, è come trovarsi davanti all’ultimo frammento di un percorso artistico che ha segnato il cinema italiano degli ultimi venticinque anni. Sicuramente per questione di diritti cinematografici, Netflix conserva soltanto questo capitolo, il quattordicesimo lungometraggio di Ozpetek, il primo nato direttamente per la piattaforma. E forse non è un caso: è uno dei suoi lavori più personali, quasi una confessione messa in scena.

Presentato alla Festa del Cinema di Roma, il film affonda le radici negli anni Settanta, in una Roma densa di cinema, cineclub, corridoi bui e incontri clandestini. Lì dove la sala non era soltanto un luogo di proiezione, ma uno spazio sociale, politico, emotivo. Il titolo non è simbolico: il “Nuovo Olimpo” è davvero il cinema in cui prende forma la storia.

La trama è semplice solo in apparenza. Enea e Pietro si incontrano per caso durante una proiezione. Uno sogna di fare il regista, l’altro si lascia attraversare dalla vita con una fragilità trattenuta. Uno scambio di sguardi, un corridoio, una scintilla improvvisa. È un amore che nasce in un istante e che il destino interrompe bruscamente. Si cercano, si sfiorano senza trovarsi, si mancano per anni. Fino a quando, decenni dopo, il tempo concede loro un nuovo incontro.

Al centro c’è la coppia formata da Damiano Gavino e Andrea Di Luigi, volti giovani che reggono con naturalezza una storia di passione e rimpianto. Attorno a loro, presenze femminili forti come Luisa Ranieri e Greta Scarano, che danno profondità al racconto senza trasformarlo in un melodramma eccessivo.

Quello che colpisce, però, è il tono. Ozpetek abbandona in parte la coralità che aveva caratterizzato film come Le fate ignoranti o La finestra di fronte, per concentrarsi su un sentimento unico, quasi assoluto. La macchina da presa osserva più che giudicare. I silenzi pesano quanto le parole. E la colonna sonora – firmata da Andrea Guerra – è un viaggio nella memoria collettiva: “E la luna bussò” di Loredana Bertè, “Se ci sarà domani” di Ornella Vanoni, “Maruzzella” di Renato Carosone, Mina, Aznavour. Non sono semplici canzoni, ma frammenti emotivi che costruiscono atmosfera.

La ricostruzione della Roma anni Settanta è uno degli elementi più riusciti: luci soffuse, cinema d’essai, set improvvisati, abiti che sembrano usciti da un album di famiglia. L’ambiente diventa personaggio, e il cinema dentro il cinema si trasforma in metafora di un amore che sopravvive al tempo, come una pellicola che non si consuma.

Le valutazioni online confermano l’interesse del pubblico: su Google il gradimento supera l’ 80%, su Rotten Tomatoes l’audience è attorno all’80%, mentre su IMDb il punteggio si attesta intorno al 7,2 su 10. Numeri che raccontano una ricezione calorosa, anche internazionale, per un film profondamente italiano.

Eppure, al di là delle cifre, “Nuovo Olimpo” funziona per un motivo più intimo: è un film sulla memoria. Sul desiderio di riscrivere ciò che è stato. Sulla nostalgia che non diventa mai rimpianto sterile, ma resta possibilità.

Oggi, con gli altri titoli di Ozpetek quasi del tutto assenti dal catalogo di Netflix, questa pellicola assume un valore diverso. Non è soltanto una novità, ma una sorta di ultimo baluardo di un autore che ha raccontato come pochi l’amore, la perdita, la famiglia scelta. Forse vale la pena vederlo – o rivederlo – proprio per questo. Perché quando un cinema resta da solo, ogni proiezione diventa un piccolo evento.