Alcune persone vengono giudicate prima ancora che qualcuno provi davvero a conoscerle. Basta il quartiere in cui vivono, il Paese dal quale arrivano o una fragilità che le rende diverse agli occhi degli altri. Il cinema drammatico racconta spesso proprio questa distanza: quella tra ciò che una persona è e ciò che il mondo crede di vedere.
Tre film drammatici disponibili su Netflix seguono personaggi molto lontani tra loro, ma uniti dallo stesso bisogno. Vogliono essere ascoltati, trovare un posto e dimostrare di valere più dell’etichetta ricevuta. Le loro storie attraversano il Senegal, il Bronx e una cittadina della Carolina del Sud, passando dal viaggio della speranza al talento nascosto, fino al desiderio di entrare davvero in una comunità.
Il percorso più duro è quello raccontato da “Io Capitano”, il film di Matteo Garrone che segue Seydou e Moussa, due adolescenti decisi a lasciare Dakar per raggiungere l’Europa.
All’inizio non sono migranti senza volto, ma ragazzi pieni di energia. Amano la musica, fanno progetti e immaginano un futuro diverso. Credono che basti partire per cambiare vita, senza conoscere davvero ciò che li aspetta lungo il cammino.
Il viaggio li porta attraverso il deserto, le violenze dei trafficanti, le prigioni libiche e infine il mare. Seydou Sarr, nel ruolo del protagonista, mostra con grande naturalezza il passaggio dall’entusiasmo alla paura. Seydou viene costretto a crescere in fretta, mentre gli adulti incontrati lungo la strada cercano continuamente di approfittare della sua debolezza.
Il film colpisce perché non parte dagli sbarchi o dalle immagini già viste nei telegiornali. Torna indietro e mostra le famiglie, i sogni e le ragioni che spingono due ragazzi a partire. Dietro la parola “migrante” ritroviamo così una storia, un volto e una vita cominciata molto prima del Mediterraneo.
La stessa difficoltà di essere riconosciuti ritorna nel Bronx, ma assume una forma diversa. In “Scoprendo Forrester”, Jamal Wallace è un adolescente brillante, appassionato di basket e dotato di un vero talento per la scrittura.
Interpretato da Rob Brown, Jamal vive in un ambiente nel quale tutti sembrano aspettarsi da lui una sola cosa: che sia bravo nello sport. Quando entra in una scuola prestigiosa e mostra ciò che sa fare con le parole, invece di ricevere fiducia viene guardato con sospetto. Per alcuni è difficile credere che un ragazzo proveniente da quel quartiere possa scrivere testi così maturi.
A cambiare la sua vita è l’incontro con William Forrester, scrittore solitario interpretato da Sean Connery. L’uomo vive chiuso in casa e osserva il mondo dalla finestra, lontano dalla fama e dai lettori. Jamal entra quasi per caso nella sua esistenza, ma tra i due nasce un rapporto capace di aiutare entrambi.
Forrester insegna al ragazzo a lavorare sulla scrittura, a non avere paura della pagina e a difendere il proprio talento. Jamal, però, fa qualcosa di altrettanto importante: riporta lo scrittore fuori dal suo isolamento. Il film di Gus Van Sant racconta così un’amicizia nella quale non esiste un solo maestro. Entrambi hanno qualcosa da offrire e qualcosa da ritrovare.
Anche in “Mi chiamano Radio”, disponibile in streaming su Netflix, tutto comincia quando qualcuno decide di aprire una porta. James Robert Kennedy è un uomo con disabilità intellettiva che cammina per la città con il suo carrello e ascolta continuamente le radioline.
Tutti lo conoscono con il soprannome di Radio, ma quasi nessuno sa davvero chi sia. La sua vita cambia quando il coach Harold Jones, interpretato da Ed Harris, lo invita ad avvicinarsi agli allenamenti della squadra di football della scuola.
James, a cui dà volto Cuba Gooding Jr., entra lentamente nella vita degli studenti e degli insegnanti. La sua presenza, però, non viene accettata subito da tutti. Alcuni lo considerano un problema, altri non comprendono perché debba avere un posto all’interno della squadra e della scuola.
Il film, tratto da una storia vera, mostra quanto un gesto semplice possa cambiare un’intera comunità. Il coach non risolve magicamente ogni difficoltà, ma sceglie di non lasciare James ancora una volta fuori dal campo. Ed è proprio quel passaggio, dal bordo al centro, a costringere gli altri a guardarlo in modo diverso.
