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Home » Stasera in TV » Netflix » Film

Io Capitano su Netflix, il film italiano premiato a Venezia, vincitore di sette David di Donatello e candidato all’Oscar.

19 Luglio 2026di Lino Sorrentini
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Ci sono film che parlano di migrazioni osservando chi parte da lontano, quasi attraverso un binocolo. Matteo Garrone, invece, sceglie di camminare accanto ai suoi protagonisti, di sentire il caldo del deserto, la paura dei posti di blocco, il rumore del mare quando tornare indietro non è più possibile. Dal 20 luglio 2026 arriva su Netflix uno dei titoli italiani più premiati e discussi degli ultimi anni: Io Capitano.

Presentato nel 2023 alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il film ha ottenuto il Leone d’argento per la miglior regia e il Premio Marcello Mastroianni assegnato al giovane protagonista Seydou Sarr. È stato poi candidato agli Oscar 2024 nella categoria miglior film internazionale e ha conquistato sette David di Donatello, compresi quelli per il miglior film e la miglior regia. Un percorso importante, ma i premi spiegano soltanto in parte la forza di un’opera che, a tre anni dall’uscita, conserva intatta la propria urgenza.

Prodotto da Archimede, Rai Cinema, Pathé, Tarantula e Logical Content Ventures, Io Capitano racconta il viaggio di due adolescenti senegalesi, Seydou e Moussa, interpretati rispettivamente da Seydou Sarr e Moustapha Fall. Vivono a Dakar, lavorano di nascosto per mettere da parte il denaro e coltivano un sogno che alla loro età appare quasi inevitabile: raggiungere l’Europa e costruire una vita diversa.

Non partono perché la loro quotidianità sia priva di affetti o speranze. Hanno una famiglia, amici, musica e progetti. L’Europa, però, arriva fino a loro attraverso immagini idealizzate, video, racconti e promesse. Sembra vicina, ricca, accessibile. Nessuno ha spiegato davvero che cosa li aspetti lungo il percorso.

La sceneggiatura, scritta da Matteo Garrone con Massimo Gaudioso, Massimo Ceccherini e Andrea Tagliaferri, nasce anche dalle testimonianze di persone che quel viaggio lo hanno affrontato realmente. Il film segue i ragazzi dal Senegal al Niger, attraverso il Sahara, le prigioni libiche e infine il Mediterraneo, senza trasformarli in simboli astratti o figure da utilizzare in una discussione politica. Restano due adolescenti. Inesperti, ostinati, impauriti, capaci di decisioni avventate e di improvvisi gesti di coraggio.

È proprio questa vicinanza a rendere la visione così difficile da liquidare. Garrone non comincia dal barcone né dall’arrivo sulle coste italiane, cioè dalle immagini alle quali l’informazione ci ha abituati. Torna indietro. Mostra tutto ciò che avviene prima, quando il viaggio è ancora un desiderio raccontato sottovoce, poi diventa una strada controllata da trafficanti, soldati corrotti, carcerieri e uomini pronti a guadagnare sulla vulnerabilità altrui.

La regia alterna realismo brutale e improvvise aperture visionarie. Ci sono passaggi in cui la fantasia sembra offrire a Seydou una momentanea via di fuga dalla sofferenza. Sono sequenze che ricordano il Garrone de Il racconto dei racconti, pur dentro una materia molto diversa. Per alcuni spettatori possono apparire meno incisive delle parti più asciutte; personalmente, le considero una scelta coerente con l’età del protagonista, ancora aggrappato alla capacità di immaginare mentre il mondo intorno a lui diventa sempre più feroce.

La fotografia di Paolo Carnera, premiata con il David di Donatello, non usa il deserto come semplice scenario spettacolare. Le distese di sabbia sono splendide e minacciose nello stesso momento. L’occhio si perde nel paesaggio, mentre i corpi diventano piccoli, vulnerabili, quasi cancellati dalla vastità. Anche la colonna sonora di Andrea Farri evita di suggerire continuamente allo spettatore che cosa dovrebbe provare, lasciando spesso spazio ai rumori, ai silenzi e alla fatica.

Gran parte del film si regge sul volto di Seydou Sarr. L’attore, esordiente al momento delle riprese, interpreta Seydou senza cercare effetti vistosi. Il cambiamento passa dagli occhi, dal modo in cui osserva gli adulti, dalla paura che poco alla volta lascia posto a una responsabilità mai desiderata. Moustapha Fall, nel ruolo di Moussa, gli offre un contrappunto più irrequieto e impulsivo. Insieme restituiscono un’amicizia credibile, fatta di complicità ma anche di scelte che separano e mettono alla prova.

La critica internazionale ha accolto il film con giudizi in larga parte molto positivi. Il Financial Times lo ha definito un cinema brillante e straziante, mentre The Guardian ha sottolineato la denuncia del sistema economico che prospera sullo sfruttamento dei migranti. The New Yorker lo ha indicato tra i lavori più compiuti di Garrone dai tempi di Gomorra, pur riconoscendo quanto sia complesso raccontare una simile esperienza attraverso lo sguardo di un regista europeo.

Il consenso emerge anche dalle valutazioni del pubblico. Su IMDb il film mantiene un punteggio intorno a 7,6 su 10, mentre su Rotten Tomatoes raggiunge il 96% di recensioni positive da parte della critica. Numeri che non sostituiscono il giudizio personale, ma confermano la capacità del film di parlare a spettatori provenienti da Paesi e sensibilità differenti.

Io Capitano non è una visione facile e non prova a esserlo. In alcuni passaggi Garrone insiste sulla violenza e sulla sofferenza, correndo il rischio di costruire una progressione quasi ininterrotta di prove estreme. Eppure evita il ricatto sentimentale più semplice: non chiede compassione per vittime senza volto, ma attenzione per persone con un nome, una famiglia, un carattere e un desiderio.

Il suo arrivo su Netflix offre l’occasione per vedere o rivedere un film che ha ancora molto da dire. Soprattutto oggi, mentre il dibattito sulle migrazioni continua a concentrarsi quasi esclusivamente sugli sbarchi, sui numeri e sulle emergenze. Garrone ci costringe a guardare ciò che viene prima. E quando alla fine risuona quel grido, “Io capitano”, non sappiamo più se stiamo assistendo a una liberazione, a una condanna o all’ultima forma possibile di resistenza.

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