Un’opera elegante e malinconica, che utilizza la figura del Presidente della Repubblica per raccontare il tempo che passa, la perdita e la difficoltà di separarsi dal proprio passato. Un film profondamente italiano, ma anche universale nella sua riflessione sulla fragilità umana.

Finalmente in streaming su Netflix è arrivato un titolo del 2025 che segna il ritorno di Paolo Sorrentino a un cinema profondamente introspettivo e politico. Un’opera costruita attorno a figure sospese tra potere, malinconia e fragilità umana.

Ben 14 candidature ai David di Donatello, Coppa Volpi e tre premi alla Mostra del Cinema di Venezia, dove è stato presentato in anteprima e di cui è stato il film di apertura. Tra gli ultimi titoli italiani in piattaforma trovi “La Grazia”, prodotto da The Apartment, Numero10 e PiperFilm, elogiato anche dal The Guardian come opera che «esalta e dimostra che Sorrentino è l’erede di Michelangelo Antonioni nel cinema italiano».

Come spesso accade nel cinema di Sorrentino, la trama non procede attraverso grandi eventi narrativi, ma attraverso stati d’animo, riflessioni e frammenti di memoria. Figura centrale è quella di Mariano De Santis, Presidente della Repubblica interpretato da Toni Servillo, giunto alla fine del proprio mandato istituzionale e costretto a confrontarsi con il vuoto lasciato dagli anni trascorsi al vertice dello Stato.

Un uomo rigoroso, abituato al peso della responsabilità e alla distanza emotiva imposta dal ruolo. Tuttavia, dietro la compostezza istituzionale emerge una figura profondamente sola, segnata dalla perdita della moglie e dalla consapevolezza di essere arrivato alla fine di una stagione della propria vita.

Quando il protagonista si troverà davanti a tre provvedimenti destinati a lasciare un segno profondo — due richieste di grazia legate a casi di omicidio e l’approvazione di una controversa legge sul fine vita —sarà costretto a confrontarsi non solo con il peso delle istituzioni, ma anche con i propri conflitti interiori. Ogni decisione apre interrogativi che intrecciano giustizia, responsabilità politica e convinzioni personali, trascinandolo in una riflessione sempre più tormentata.

Nel cast ricordiamo attori di grande valore come Anna Ferzetti, nei panni di Dorotea, figlia del Presidente e giurista di talento, Massimo Venturiello, ministro della Giustizia, e Orlando Cinque, confidente discreto.

Con il suo stile elegante e contemplativo, Paolo Sorrentino mette quindi in scena una storia che indaga il rapporto tra potere ed etica, mostrando quanto sia fragile il confine tra il ruolo pubblico e la coscienza privata. Servillo domina il film con un’interpretazione misurata e intensa. Il suo personaggio comunica soprattutto attraverso pause, sguardi e silenzi. È un uomo che sembra vivere costantemente in equilibrio tra controllo e cedimento emotivo.

Ancora una volta, il sodalizio artistico tra Servillo e Sorrentino, giunto qui alla sua settima volta, si conferma uno dei più riconoscibili del cinema italiano contemporaneo. Il cineasta non è interessato alla cronaca politica, il suo sguardo si concentra sull’uomo dietro l’istituzione, su ciò che resta quando il prestigio e il ruolo iniziano lentamente a svanire.

Dal punto di vista visivo, questo drammatico italiano su Netflix porta avanti l’estetica tipica del regista, grazie all’utilizzo di immagini eleganti, ricercate e cariche di simbolismo. I movimenti di macchina lenti, le inquadrature solenni e l’uso della musica contribuiscono a creare un’atmosfera sospesa, quasi irreale.

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