Il silenzio, in certi film, non è mai davvero silenzio. È un ramo che si spezza lontano, il respiro che diventa troppo corto, l’acqua che scorre dove non dovrebbe esserci nessuno. “Apex”, nuovo thriller di sopravvivenza arrivato da un paio di settimane su Netflix, parte proprio da questa sensazione: l’idea che la natura possa essere rifugio e minaccia nello stesso istante.

Diretto da Baltasar Kormákur, regista che conosce bene il cinema fisico e gli spazi estremi, “Apex” porta Charlize Theron e Taron Egerton dentro una storia di caccia, lutto e resistenza ambientata nella wilderness australiana. Il film è disponibile su Netflix dal 24 aprile 2026 e mette al centro un gioco mortale tra una donna ferita dalla vita e un predatore umano che trasforma il paesaggio in un terreno di persecuzione.

La protagonista è Sasha, una scalatrice che dopo esser rimasta segnata da una perdita personale durante una delle sue avventure estreme in montagna, cerca sempre nella natura un modo per respirare di nuovo, forse per misurare il dolore con qualcosa di più concreto: la roccia, l’acqua, il vento, il corpo che resiste.

Ma quella fuga si rovescia presto in incubo quando incontra Ben, interpretato da Taron Egerton, un assassino psicopatico che non la considera una persona, ma una preda. Da quel momento “Apex” smette di essere soltanto un racconto di sopravvivenza e diventa un duello primordiale, quasi animale.

Il punto forte del film sta proprio nella sua semplicità brutale. Non c’è bisogno di grandi spiegazioni: una donna sola, un uomo armato, un territorio ostile. Baltasar Kormákur lavora sulla tensione elementare, quella che non nasce dai colpi di scena continui ma dalla domanda più istintiva: quanto può resistere un essere umano quando ogni via d’uscita sembra chiudersi?

È una grammatica da survival thriller puro, costruita su corpi stanchi, ferite, cadute, sguardi che cercano un varco. Una dinamica che richiama quella di un altro survival thriller su Netflix , perché il genere funziona quando riduce tutto all’essenziale: respirare, decidere, resistere.

Charlize Theron porta nel film una fisicità credibile, lontana dall’eroismo patinato. La sua Sasha non è invincibile, non domina la scena come una macchina da guerra già pronta alla battaglia. È vulnerabile, spaventata, costretta a trasformare il trauma in energia. Ed è proprio questa fragilità a rendere più interessante la sua corsa: non si tratta solo di scappare da un killer, ma di capire se dentro il dolore è rimasto ancora un istinto di vita.

Dall’altra parte, Taron Egerton costruisce un antagonista disturbante, meno legato alla forza bruta che alla crudeltà del controllo. Ben non vuole soltanto uccidere: vuole osservare la paura, amministrarla, allungarla.

L’ambientazione australiana non è un semplice fondale. Le riprese nelle aree selvagge e nelle zone montuose danno al racconto una dimensione aspra, visiva, a tratti vertiginosa. Le scogliere, i fiumi, la vegetazione e i passaggi più impervi amplificano la sensazione di isolamento con sequenze tra dirupi, rapide e foreste il film sembra voler ricordare allo spettatore che la natura non giudica: assiste, accoglie, divora.

Non tutto, però, ha la stessa forza. La sceneggiatura punta molto sull’impatto immediato e meno sull’approfondimento psicologico.

Chi ama questo tipo di tensione può continuare il percorso anche tra altri film thriller su Netflix da vedere stasera, storie in cui la paura nasce spesso da spazi chiusi, fughe impossibili e personaggi costretti a superare il proprio limite. Chi preferisce invece una paura più mentale può recuperare anche questo thriller claustrofobico su Netflix , costruito sull’ansia, sull’isolamento e sulla fragilità del corpo.

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