I thriller psicologici su Netflix esercitano un richiamo immediato, eppure spesso si finisce intrappolati nel solito giro a vuoto: si scorre la home, si guarda un trailer, poi un altro, si apre una scheda e si torna indietro senza scegliere nulla. In mezzo a titoli che promettono tensione, serial killer e colpi di scena, trovare un film capace di lasciare davvero qualcosa non è così scontato.
Tra le produzioni da recuperare c’è “Woman of the Hour”, un film che parte da una storia vera tanto assurda da sembrare inventata. Il pericolo, qui, non ha un volto minaccioso. Sorride, sa scegliere le parole giuste e riesce persino a conquistare il pubblico di un programma televisivo. È proprio questa normalità apparente a rendere il debutto alla regia di Anna Kendrick uno dei thriller più inquietanti disponibili su Netflix.
Diretto nel 2023 da Anna Kendrick, arrivato in streaming nel 2024 e prodotto da BoulderLight Pictures, AGC Studios e Vertigo Entertainment, il film dura circa 95 minuti e ricostruisce liberamente una vicenda realmente accaduta nella California degli anni Settanta. Al centro c’è Rodney Alcala, assassino seriale che, mentre continuava a uccidere, partecipò come concorrente al popolare programma televisivo The Dating Game. Fu condannato per sette omicidi, anche se gli investigatori hanno sempre sospettato un numero di vittime molto più alto.
La storia incrocia il suo percorso con quello di Sheryl Bradshaw, giovane attrice interpretata dalla stessa Anna Kendrick. Sheryl accetta di prendere parte allo show sperando di ottenere visibilità in una Hollywood che sembra interessata soprattutto al suo aspetto e alla sua disponibilità a sorridere. Davanti a lei ci sono tre uomini nascosti dietro una parete. Deve ascoltare le risposte, intuire il carattere dei concorrenti e scegliere con chi uscire.
Uno di loro è Alcala.
Il film, però, non costruisce il mistero intorno alla sua identità. Noi sappiamo fin dall’inizio chi è quell’uomo. La tensione nasce altrove: dalla distanza fra ciò che lo spettatore conosce e ciò che i personaggi non riescono, o non vogliono, vedere.
Su Netflix un true crime che evita il fascino del mostro
È una scelta decisiva. Anna Kendrick, conosciuta per Tra le nuvole, la saga di Pitch Perfect e il thriller Un piccolo favore, debutta dietro la macchina da presa senza trasformare Alcala in una figura magnetica o mitologica. Il film gli nega quel fascino perverso che molte produzioni true crime finiscono involontariamente per concedere agli assassini.
L’interesse della regista è rivolto alle donne, ai loro gesti, alle esitazioni e a quella particolare forma di paura che obbliga a continuare a essere gentili anche quando l’istinto suggerisce di fuggire. La stessa Kendrick ha spiegato di non essere interessata al “vero Rodney”, quanto all’esperienza delle persone costrette a misurare continuamente il pericolo nascosto nelle relazioni quotidiane.
La sceneggiatura di Ian McDonald alterna il programma televisivo ad alcuni incontri avvenuti prima e dopo quella puntata. La cronologia frammentata può inizialmente disorientare, ma consente di sottrarre il racconto alla ricostruzione giudiziaria tradizionale. Alcala non viene studiato, giustificato o psicanalizzato. Viene osservato attraverso gli effetti che produce sugli altri.
A interpretarlo è Daniel Zovatto, già visto nell’horror It Follows, in Lady Bird e nella serie Penny Dreadful: City of Angels. La sua prova funziona proprio perché evita l’eccesso. Alcala appare cortese, leggermente vanitoso, persino impacciato. Poi uno sguardo resta fermo qualche secondo di troppo e il tono cambia. La maschera non cade davvero: si incrina appena, quanto basta.
Le luci della televisione e l’ombra della violenza
La parte ambientata negli studi di The Dating Game è la più riuscita. I colori accesi, gli applausi registrati, le battute a doppio senso e il presentatore interpretato da Tony Hale, volto noto di Veep e Arrested Development, creano un’atmosfera quasi da commedia. Sotto quella superficie allegra, tuttavia, Sheryl viene continuamente invitata a interpretare il ruolo della donna desiderabile, accomodante, mai troppo intelligente.
Quando prova a modificare le domande preparate dagli autori, la scena diventa improvvisamente un piccolo atto di ribellione. Kendrick usa il gioco televisivo per mostrare un ambiente dove la donna è osservata, corretta e confezionata per lo sguardo maschile. Alcala, in fondo, comprende perfettamente quel meccanismo. Sa che l’apparenza conta più dell’allarme, che la sicurezza esibita viene facilmente scambiata per affidabilità.
La fotografia di Zach Kuperstein, già direttore della fotografia del perturbante The Eyes of My Mother, evita l’estetica patinata del true crime televisivo. Le immagini alternano la luminosità artificiale dello studio a spazi vuoti, parcheggi, deserti e appartamenti dove il silenzio diventa opprimente. Anche la violenza viene spesso lasciata fuori campo. Non per attenuarla, ma per evitare che il dolore delle vittime diventi spettacolo.
La regia mostra già una notevole capacità nel costruire l’attesa, soprattutto nella sequenza successiva alla registrazione televisiva. Bastano un parcheggio semivuoto, alcuni passi alle spalle e una distanza che si accorcia. Nessuna musica invadente, nessun montaggio isterico. La paura arriva lentamente e sembra terribilmente plausibile.
Un film imperfetto, ma capace di lasciare inquietudine
Disponibile in streaming su Netflix, “Woman of the Hour” ha qualche debolezza. Alcuni personaggi secondari restano abbozzati e la struttura temporale, pur interessante, rende meno compatto il racconto. In certi passaggi la tesi sulla misoginia culturale viene sottolineata con eccessiva evidenza, quasi temendo che lo spettatore possa non coglierla.
Eppure sono limiti che non cancellano la qualità complessiva dell’opera. Rotten Tomatoes registra il 91% di recensioni professionali positive su 184 giudizi, mentre il gradimento del pubblico si ferma al 68%. Il consenso critico sottolinea soprattutto la capacità della regista di utilizzare un caso incredibile per analizzare il legame fra misoginia sistemica e violenza.
Il pubblico di IMDb gli assegna una valutazione intorno a 6,6 su 10, un risultato meno entusiasta rispetto alla stampa internazionale ma coerente con un film che rinuncia deliberatamente agli elementi più sensazionalistici del genere. Su Google, il gradimento indicato dagli utenti si attesta intorno al 68%.
Vale la pena vederlo oggi proprio per questo. Non racconta soltanto come un assassino sia riuscito a entrare in uno studio televisivo. Mostra quante persone abbiano incrociato i suoi segnali senza riuscire a fermarlo, protette dalla rassicurante convinzione che un uomo ben vestito, educato e capace di far sorridere una platea non possa essere davvero pericoloso.
Quando le luci dello show si spengono e Sheryl rimane sola fuori dallo studio, il programma televisivo è ormai finito. Il gioco, invece, ha appena mostrato il suo volto più oscuro.
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