Scopri la serie tv Tredici su Netflix, ha fatto la storia per il suo coraggio nel raccontare il dolore giovanile: ancora imperdibile.

una serie Netflix che ha fatto la storia per il suo coraggio nel raccontare il dolore giovanile: ancora imperdibile.

Sono passati anni dalla sua uscita, eppure c’è una serie su Netflix che merita di essere (ri)scoperta oggi più che mai. Si intitola Tredici (13 Reasons Why) ed è una di quelle produzioni che non invecchiano, perché le domande che pone – e le ferite che mostra – sono ancora maledettamente attuali.

In un tempo in cui si parla molto di salute mentale, ma troppo spesso con toni patinati o superficiali, Tredici arriva come uno schiaffo. Crudo, spiazzante, scomodo. E proprio per questo necessario. Se non l’hai mai vista, preparati a un’esperienza emotiva intensa. Se invece l’hai già guardata, potresti accorgerti, oggi, di sfumature che prima non avevi colto. Perché anche lo spettatore cambia, cresce, ed è proprio in questo dialogo tra serie e pubblico che Tredici continua a essere una voce importante nel panorama narrativo contemporaneo.

Ideata da Brian Yorkey e basata sull’omonimo romanzo di Jay Asher, questa produzione – composta da quattro stagioni e 49 episodi – ha fatto discutere fin dalla sua uscita nel 2017. Ed è proprio quella discussione che l’ha resa, nel bene e nel male, una pietra miliare del racconto televisivo moderno.

Prodotta da Selena Gomez, che ha deciso di metterci la faccia – e il cuore – dietro le quinte, Tredici parte da un punto di non ritorno: il suicidio di Hannah Baker, una diciassettenne apparentemente come tante. Ma dentro quella ragazza c’era un mondo che nessuno ha saputo (o voluto) decifrare.

Quando Clay Jensen, un compagno di scuola timido e riflessivo, trova un pacco misterioso contenente 13 audiocassette registrate dalla stessa Hannah, inizia un viaggio tra dolore e consapevolezza. Ogni cassetta, un motivo. Ogni motivo, un nome. Ogni nome, una responsabilità.

E mentre gli episodi si susseguono su Netflix, lo spettatore viene trascinato in un vortice fatto di bullismo, violenza sessuale, menzogne, indifferenza e dipendenze. Una spirale che non lascia spazio al fiato, né alla speranza facile.

La regia sceglie uno stile asciutto e diretto, senza edulcorare, senza alleggerire. La fotografia alterna chiaroscuri e luci fredde, a rispecchiare l’instabilità emotiva dei protagonisti. E proprio su questi ragazzi si regge l’intera architettura emotiva della serie: Katherine Langford, intensa e vulnerabile, riceve una nomination ai Golden Globe per la sua Hannah. Accanto a lei, Dylan Minnette nei panni di Clay, e un cast giovane e sorprendente: Christian Navarro, Alisha Boe, Brandon Flynn, tutti perfettamente calati in ruoli scomodi, dolorosi, necessari.

Tredici è una serie che spacca. Che divide. Che interroga. Numerosi psicologi e sociologi hanno espresso preoccupazioni per l’effetto che una rappresentazione così brutale della sofferenza adolescenziale può avere sui più fragili. Ed è vero: alcune scene sono difficili da digerire. Ma ignorarle non rende il problema meno reale.

E allora mi chiedo: non è forse compito dell’arte quello di scuotere, di disturbare, di farci pensare?

Perché qui non si parla solo di Hannah. Si parla di un’intera generazione che combatte in silenzio contro un mondo che spesso non ascolta. Una generazione raccontata con spietata sincerità da una serie che ha avuto il coraggio di non scendere a compromessi, pur sapendo di esporsi a critiche feroci.

Su Netflix trovi tutte le stagioni, da vedere con la consapevolezza che non sarà un viaggio leggero. Ma se sei disposto ad affrontarlo, ti porterà dentro l’anima di adolescenti che gridano per essere visti. E forse, anche tu, alla fine, ti sentirai un po’ più attento, un po’ più umano.

Il popolo di Google lo valuta positivamente con un buon 88%, mentre IMDb lo assegna un solido 7,5/10. Rotten Tomatoes è più diviso: la prima stagione ottiene un 79% di approvazione della critica, ma col passare degli episodi, il consenso cala, a testimonianza di quanto la serie abbia acceso polemiche e pareri discordanti. Ciononostante, The New York Times l’ha definita “una delle produzioni più audaci e necessarie del decennio televisivo”.

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