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Su Netflix un docufilm racconta figli delle vittime e giovani cresciuti dopo gli attentati alle Torri Gemelle

Netflix ripercorre gli attentati del 2001 attraverso chi allora era bambino e ha vissuto tra lutti familiari, guerra in Afghanistan e un mondo cambiato.
17 Settembre 2026di Riccardo Cannavale
Turning Point: generazione 11 settembre

Per chi era adulto l’11 settembre 2001, le immagini delle Torri Gemelle appartengono alla memoria personale. Per chi oggi ha venticinque o trent’anni sono spesso fotografie, filmati d’archivio, racconti dei genitori o pagine dei libri di storia. Eppure quella giornata continua a pesare sulle loro vite: nelle famiglie che hanno perso qualcuno, nelle guerre combattute in Afghanistan, nelle misure di sicurezza introdotte negli Stati Uniti e nel modo in cui si è trasformato il dibattito pubblico. A un quarto di secolo dagli attentati, Netflix torna su quella frattura storica scegliendo di ascoltare soprattutto la generazione che ne ha ereditato le conseguenze.

Turning Point: generazione 11 settembre è il documentario diretto da Brian Knappenberger, disponibile su Netflix dal 2 settembre 2026. Dura 97 minuti e riprende un argomento che il regista aveva già affrontato nel 2021 con la miniserie Turning Point: l’11 settembre e la guerra al terrorismo. Stavolta cambia la prospettiva: accanto alle immagini degli attentati trovano spazio le storie di chi era troppo piccolo per comprenderli e ha poi vissuto in un mondo profondamente trasformato dalle decisioni prese nei mesi e negli anni successivi.

L’accoglienza online del docufilm di Netflix è stata inizialmente contrastante. Su IMDb il documentario registra un voto di 6,3/10, mentre su Rotten Tomatoes la percentuale di recensioni positive si dimezza. Tra i critici americani, Richard Roeper, gli assegna 3,5 stelle su 4 e apprezza soprattutto le testimonianze personali, pur osservando che il film tenta di comprimere troppo materiale in poco più di un’ora e mezza. Anche The Guardian lo ha accolto positivamente.

Il racconto torna naturalmente alla mattina dell’11 settembre. I voli dirottati, gli aerei contro il World Trade Center e il Pentagono, lo schianto del volo United Airlines 93 in Pennsylvania. Le registrazioni delle telefonate e i filmati d’archivio conservano una forza difficile da attenuare, anche dopo venticinque anni e centinaia di ricostruzioni televisive.

Ma Knappenberger cerca soprattutto le persone che allora erano rimaste ai margini del racconto pubblico. Laurel Homer aveva appena dieci mesi quando perse il padre, LeRoy Homer, copilota del volo 93. È cresciuta conoscendolo attraverso fotografie, testimonianze e il racconto del coraggio dimostrato dai passeggeri. Nel documentario emerge la difficoltà di conciliare quell’immagine pubblica con una mancanza del tutto privata: per tutti suo padre è un eroe, per lei è anche un uomo che non ha potuto conoscere. An Nguyen aveva quattro anni quando il padre Khang Nguyen, ingegnere al Pentagono, morì nell’attacco. La sua testimonianza restituisce un particolare che nessuna grande ricostruzione storica riesce a sostituire: l’attesa di un bambino che continua a sperare di vedere il padre tornare a casa.

È attraverso storie come queste che Turning Point che Netflix propone per i 25 anni dell’attentato trova i momenti più incisivi. Le immagini dell’11 settembre appartengono alla memoria collettiva; le vite dei figli delle vittime raccontano ciò che è accaduto quando le telecamere si sono spente.

Il documentario segue poi un’altra traiettoria. Michael Smoak aveva cinque anni il giorno degli attentati. Anni dopo sarebbe diventato un marine, ritrovandosi coinvolto nell’evacuazione dall’aeroporto di Kabul nell’agosto 2021. Il suo percorso collega due estremi della guerra americana in Afghanistan: l’attacco che contribuì a determinarne l’inizio e il ritiro che ne segnò la conclusione.

Accanto ai militari americani compaiono anche le testimonianze di giovani afghani, tra cui Obaidullah Durani, pilota che aveva collaborato con gli Stati Uniti. Il documentario allarga così il proprio orizzonte oltre New York e Washington, mostrando le conseguenze di scelte politiche e militari vissute da persone che nel 2001 erano bambini.

C’è spazio anche per ciò che cambiò all’interno degli Stati Uniti: la diffidenza verso le comunità musulmane, l’espansione dei sistemi di sorveglianza, la circolazione delle teorie complottiste. Knappenberger prova a collegare questi fenomeni alla sfiducia e alle divisioni che hanno segnato gli anni successivi.

È proprio nell’ampiezza del progetto, però, che emerge il limite del documentario. In 97 minuti si passa dal trauma delle famiglie alla guerra in Afghanistan, dalle discriminazioni alla politica americana. Alcuni argomenti vengono soltanto introdotti, altri avrebbero meritato testimonianze e approfondimenti più estesi. La struttura della miniserie del 2021 consentiva al regista di seguire meglio i diversi passaggi storici, qui il montaggio deve procedere spesso per salti.

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Disponibile su Netflix, Turning Point: generazione 11 settembre aggiunge comunque un capitolo al racconto di una delle giornate più documentate della storia contemporanea. La ricostruzione politica avrebbe avuto bisogno di più tempo e di un maggiore approfondimento. Restano le storie di chi ha dovuto convivere con le conseguenze degli attentati, portando nell’età adulta un’eredità ricevuta quando era ancora bambino.

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