Cosa succede quando si arriva a provare quella sensazione sottile, quasi impercettibile, che qualcosa nella propria vita non torna. Quel rumore di fondo che cresce dentro di te, fino a trasformarsi in un’eco insostenibile.

Ci sono pellicole, come questo thriller poco conosciuto su Netflix, che riescono ad accompagnarti proprio lì, in quel punto fragile dove il confine tra realtà e paranoia si dissolve. Lì dove il passato inizia a gridare più forte del presente.

Diversamente dai thriller hollywoodiani, questa produzione belga del 2023 adotta uno stile minimalista e contemplativo, che ricorda film come “The Gift” di Joel Edgerton di Il maestro giardiniere“, dove il vero orrore nasce dalla mente.

Diretto dal regista belga Steffen Geypens, si intitola “Noise” questo thriller psicologico cupo e disturbante che esplora il tema della memoria, della colpa e dei segreti familiari sepolti sotto la superficie di una quotidianità apparentemente tranquilla.

Prodotto da Netflix, il film si inserisce nella tradizione del cinema nord-europeo del disagio interiore, del noir scandinavo, dove il mistero non è solo esterno, ma soprattutto mentale. Il protagonista, Matthias (interpretato da Ward Kerremans), è un giovane influencer che si trasferisce con la compagna Liv (Sallie Harmsen) e il loro neonato nella grande casa di famiglia.

L’intento è semplice: cambiare vita, allontanarsi dal caos dei social e trovare equilibrio. Ma la tranquillità dura poco. Un giorno, Matthias scopre una vecchia vicenda legata al padre (Johan Leysen), ex direttore di una fabbrica chimica coinvolta in un grave incidente ambientale.

Da quel momento, il suo mondo inizia a sgretolarsi. Kerremans è convincente nel ruolo di un uomo intrappolato nella propria mente. Il suo volto, sempre più teso e stanco, racconta meglio delle parole la progressiva discesa nella paranoia. La Harmsen, invece, rappresenta invece lo sguardo esterno, razionale, impotente di fronte al crollo psicologico dell’uomo che ama.

“Noise” procede come un lento crescendo di tensione psicologica. La regia di Geypens costruisce un’atmosfera inquieta, fatta di suoni ovattati, sussurri e rumori inspiegabili che sembrano provenire dal sottosuolo o dalle pareti della casa.

Il titolo diventa una metafora del disturbo mentale, ma anche del ronzio costante della colpa collettiva e individuale. Mentre Matthias scava nel passato, il confine tra realtà e delirio si fa sempre più sottile. La casa diventa una sorta di elemento animato: labirintica, asettica, piena di ombre.

Ogni stanza nasconde un ricordo, ogni rumore un presagio. Ci pensa anche la fotografia, curata da Robrecht Heyvaert, a contribuire ad accentuare il senso di disorientamento con una palette fredda, dominata da grigi e blu, che riflettono la distanza emotiva tra i personaggi.

Si tratta di un’opera che alterna momenti di tensione pura a lunghi silenzi che amplificano l’inquietudine. Geypens gioca con il suono come elemento narrativo: in questo thriller su Netflix, (valutato 3,5/10 su IMDB mentre su Rotten le recensioni sono poche e non positive) che somiglia anche tanto a un dramma psicologico con sfumature horror, ciò che non si vede ma si sente è ciò che spaventa davvero.

È un cinema dell’atmosfera, dove l’horror nasce dall’interno, dal non detto, dalla mente che rifiuta di affrontare la verità. Con la sua regia controllata e la fotografia ipnotica, Steffen Geypens firma quindi un film che sussurra invece di urlare, ma capace di un’eco lunga nella mente dello spettatore.

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