Su Netflix c’è un film crime italiano ispirato a una storia vera che riapre una delle pagine più oscure della Repubblica. Tra terrorismo, servizi segreti e Banda della Magliana, questo dramma del 2026 racconta l’ascesa e l’ambiguità di Tony Chichiarelli, il falsario che avrebbe attraversato gli anni di piombo come un’ombra. Non un semplice biopic, ma un viaggio nelle zone grigie dello Stato, dove la verità è sempre manipolabile.
Si tratta di un’opera che usa il cinema di genere per indagare un personaggio chiave degli anni più oscuri della storia italiana recente, sospeso tra mala, servizi segreti e terrorismo. Non di un semplice biopic. Si intitola “Il falsario”, liberamente tratto dal libro “Il Falsario di Stato” di Nicola Biondo e Massimo Veneziani, prodotto da Cattleya e diretto da Stefano Lodovichi, con un intenso Pietro Castellitto nei panni di Tony Chichiarelli.
Parliamo di una figura ambigua e controversa della criminalità romana, un personaggio che è stato molto più di un falsario. Abile nel riprodurre documenti, passaporti e opere d’arte, è diventato una pedina fondamentale in un sistema di relazioni sotterranee che attraversano gli anni di piombo, la Banda della Magliana, il caso Moro e le zone grigie dello Stato.
Nel cast attori di spicco del calibro di Edoardo Pesce, Giulia Michelini, Claudio Santamaria. Questo film costruisce un racconto stratificato, dove ogni certezza viene messa in discussione.
E per amplificare questo concetto, la stessa sceneggiatura sceglie una struttura frammentata, fatta di salti temporali e punti di vista multipli. Un approccio che riflette perfettamente la natura del protagonista: un uomo sfuggente, contraddittorio, impossibile da incasellare.
Chichiarelli è criminale, sì, ma anche osservatore privilegiato di un’epoca in cui la verità veniva costantemente manipolata. Proprio come i documenti che lui stesso falsificava. Encomiabile nel suo ruolo Castellitto (“Enea“), che offre una prova attoriale magnetica. Il suo Tony Chichiarelli non è mai sopra le righe, restando nonostante tutto trattenuto, enigmatico, spesso disturbante.
Lo sguardo dice più delle parole, restituendo un personaggio che sembra sempre un passo avanti rispetto a chi lo circonda. Non c’è compiacimento né eroizzazione, ma un costante senso di ambiguità morale che ti accompagna fino all’ultima scena.
Roma viene mostrata lontana da ogni estetizzazione, divenendo una città notturna, grigia, percorsa da corridoi di potere invisibili. Gli interni dominano la scena, tra uffici anonimi, stamperie clandestine e appartamenti che sembrano nascondere più di quanto mostrino. L’utilizzo di toni spenti e luci radenti accentua il clima di sospetto costante, nel quale ti ritrovi inevitabilmente immerso.
Uno degli elementi più interessanti de “Il falsario” su Netflix (92% di gradimento su Google) è il suo discorso sull’identità. Chi era davvero Tony Chichiarelli? Un semplice criminale? Un informatore? Un capro espiatorio? Il film suggerisce che, in certi contesti storici, la verità non è mai univoca ma il risultato di compromessi, omissioni e narrazioni costruite ad arte.
In questo senso, il tema della falsificazione diventa metafora potente di un intero sistema. Il ritmo è volutamente controllato, a tratti lento, ma coerente con l’atmosfera del racconto. Non è un thriller ad alta tensione, bensì un crime drama riflessivo, che riuscirà a coinvolgere facilmente chi predilige le opere dense e stimolanti.
Decisamente un film drammatico in streaming su Netflix che si inserisce nel filone dei titoli italiani che osano confrontarsi con le proprie zone d’ombra. Un racconto scomodo, che ti invita a guardare più a fondo. Non di quelli che assolvono o condannano. D’altronde è storia italiana vissuta, in anni difficili e contraddittori dal punto di vista sociopolitico.
Da guardare con la consapevolezza che la verità più inquietante è proprio quella che noi stessi siamo disposti ad accettare.
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