Capita raramente che un film italiano riesca a scardinare le regole non scritte del nostro cinema e, allo stesso tempo, parlare a un pubblico vastissimo senza perdere identità. Ogni tanto, però, accade qualcosa di diverso: un racconto che osa, che mescola registri lontani, che si sporca le mani con la realtà e strizza l’occhio al fumetto.

È in quella zona di confine, dove la periferia romana si trasforma in un campo di battaglia emotivo, che prende vita “Lo chiamavano Jeeg Robot”, oggi disponibile su Netflix, ancora capace di sorprendere ad un decennio dall’uscita.

Ripenso spesso a come, prima dell’avvento delle piattaforme streaming, certe operazioni rischiassero di restare confinate. Oggi, invece, titoli come questo trovano una nuova stagione, una seconda vita, quasi una rivincita. Perché il film di Gabriele Mainetti, prodotto da Goon Films, Rai Cinema e Sky Cinema, ha qualcosa che lo rende unico nel suo genere: la libertà di giocare con l’immaginario dei supereroi mantenendo i piedi ben piantati nel fango delle borgate romane.

Uscito nel 2015, il film — che all’epoca molti definirono una scommessa rischiosa — oggi appare come un piccolo spartiacque del nostro cinema, uno di quei lavori che aprono strade. E non è un caso che sia stato accolto con entusiasmo da pubblico e critica: il 75% di gradimento su Google, un 7/10 su IMDb su oltre 17mila recensioni e un ottimo 82% (punteggio critici Tomatometer) su RottenTomatoes ne certificano l’impatto. Numeri che raccontano un consenso trasversale, figlio di un’opera che non assomiglia a nessun’altra nella produzione italiana recente.

Mainetti costruisce un mondo riconoscibile ma deformato, dove il degrado urbano dialoga con l’epica pop. La sua regia, nervosa e affilata, restituisce una Roma periferica che non è semplice sfondo, ma organismo vivente, personaggio aggiunto, teatro di cadute e rinascite.

Qui si muove Enzo, interpretato magistralmente da Claudio Santamaria, un ladruncolo senza ambizioni che vive trascinato dalla propria inerzia, finché un incidente imprevisto gli regala una forza sovrumana.

L’inizio della trasformazione non è affatto eroico: è sporco, doloroso, istintivo. Ed è proprio questo che colpisce. Santamaria scava nel silenzio, negli sguardi bassi, nel corpo che cambia senza che la testa riesca a stargli dietro. L’attore romano firma una delle sue prove più intense, tanto da contribuire alla straordinaria pioggia di riconoscimenti: 7 David di Donatello, 2 Nastri d’Argento, 4 Ciak d’Oro e un Globo d’Oro.

Accanto a lui, la sorprendente Ilenia Pastorelli, nel ruolo di Alessia. La sua interpretazione è un miscuglio di fragilità, candore, follia e lucidità. Alessia vive in un mondo tutto suo, popolato dai ricordi del celebre anime giapponese Jeeg Robot d’Acciaio, e quando vede Enzo trasformarsi, è certa di avere davanti il suo supereroe. Il loro rapporto — tenero, disfunzionale, necessario — è il cuore emotivo del film. Pastorelli, premiata ai David, porta sullo schermo un personaggio complesso con una naturalezza rara.

E poi c’è Luca Marinelli, lo Zingaro, villain imprevedibile, magnetico, fuori scala. Un antagonista che ruba la scena senza deragliare mai, forse uno dei migliori cattivi del cinema italiano contemporaneo. Con lui, l’universo criminale del film esplode di colore, follia, rabbia. Nel cast anche Stefano Ambrogi, perfetto nel dare corpo a un sottobosco umano che vibra di autenticità.

La trama segue la lenta metamorfosi di Enzo: da uomo che sopravvive un giorno alla volta a figura costretta — quasi suo malgrado — a scegliere se essere qualcosa di più. Un percorso che intreccia la violenza delle strade alla delicatezza dei sentimenti, le esplosioni d’azione alla vulnerabilità dei personaggi. Mainetti orchestra questi elementi con una sicurezza rara, dando vita a un film che non imita il cinema americano, ma lo rielabora, lo assorbe, lo restituisce con un’identità profondamente italiana.

“Un piccolo capolavoro, un gioiellino di umorismo e di azione”, scrisse Massimo Bertarelli su Il Fatto Quotidiano. Parole che non hanno perso forza. Anzi, su Netflix, questo titolo ritrova un pubblico nuovo, giovane, curioso, pronto a scoprire — o riscoprire — un film che ha segnato un prima e un dopo.