C’è una distanza invisibile che ogni madre misura continuamente, quella tra sé e il pericolo che potrebbe colpire suo figlio. Ma cosa succede quando quel pericolo non ha un volto, non ha un nome e si insinua silenziosamente nella realtà?
Si tratta di una paura primordiale, originata dal naturale spirito di protezione verso il proprio pargolo. Ed ecco che si fa film in un racconto inquietante e profondamente disturbante su Netflix. Una pellicola spagnola del 2021 tratta dall’omonimo romanzo della scrittrice argentina Samanta Schweblin, che ha firmato la sceneggiatura insieme alla regista.
Per gli amanti dei thriller psicologici meno conosciuti, ecco allora un titolo da cercare nella libreria della piattaforma di streaming: “Distancia de rescate”, diretto da Claudia Llosa, conosciuto in Italia come “Distanza di sicurezza”. Molto interessanti le interpretazioni delle attrici, la spagnola Maria Valverde e l’argentina Dolores Fonzi, che contribuiscono a mantenere alta la tensione emotiva. I personaggi parlano poco, ma ogni parola ha un peso preciso, ogni silenzio nasconde qualcosa di non detto.
Con una valutazione di 71% su Rotten Tomatoes e di 5,4 su 10 su IMDb, quest’opera costruisce una narrazione frammentata e ipnotica che ti mette in uno stato di costante inquietudine. La sua trama trae ispirazione dalla figura di Amanda, una donna in vacanza in campagna con la figlia Nina.
In apparenza, il contesto è tranquillo, quasi idilliaco. Ma sin dalle prime scene si avverte una tensione sottile, come se qualcosa di oscuro stesse per emergere. Amanda instaura un rapporto con Carola, una donna del posto, che la mette in guarda da suo figlio David, un bambino enigmatico vittima di una malattia e di un rito mistico che gli ha spezzato l’anima. La donna però è noncurante e lo frequenta insieme a sua figlia senza troppi problemi.
Ed è proprio attraverso i dialoghi tra Amanda, ormai in fin di vita, e David, costruiti come una sorta di interrogatorio sospeso nel tempo, che la narrazione prende forma. La verità su David è oscura quanto inquietante, e sono numerose le stranezze e le varie deformità dei bambini del paese. Tutti questi fenomeni sembrano collegati al motivo per cui la stessa Amanda ha contratto una indecifrabile infezione che la sta uccidendo.
Il concetto chiave del film è quello della “distanza di sicurezza”: il calcolo mentale che una madre fa costantemente per mantenere il proprio figlio al riparo dal pericolo. Una distanza che, nel corso del film, si rivela fragile e insufficiente.
L’andamento narrativo è volutamente disorientante. I piani temporali si intrecciano, i ricordi si confondono con la realtà e sarai chiamato a ricostruire gli eventi pezzo dopo pezzo. Questo stile contribuisce a creare un senso di angoscia crescente, amplificato dalla mancanza di risposte immediate.
Quest’opera infatti non offre spiegazioni chiare, ma si limita a suggerire, alludere e a lasciare spazio all’interpretazione personale. La maternità, raccontata non come esperienza idealizzata ma come stato di allerta costante rappresenta il fulcro della storia.
Amanda è una madre attenta, ma la sua percezione del pericolo si rivela limitata di fronte a qualcosa di più grande e invisibile. Sul fondo della storia emerge anche una riflessione inquietante sull’ambiente e sulle conseguenze dell’intervento umano sulla natura.
Senza mai esplicitarlo completamente, questo thriller sottile su Netflix suggerisce la presenza di una minaccia legata al territorio, qualcosa che contamina e altera la realtà.
“Distanza di sicurezza” si rivela dunque un film che ti immerge in un’esperienza sensoriale e psicologica che lascia più domande che risposte. Un racconto sottile e inquietante rintracciabile nel vasto catalogo Netflix che dimostra come le paure più profonde non abbiano bisogno di essere viste per essere reali.
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