Se per stasera cerchi un thriller psicologico capace di tenerti in tensione praticamente senza cambiare stanza, questa è una di quelle visioni che vale la pena recuperare. Pochi personaggi, una casa isolata, una situazione apparentemente senza via d’uscita. Poi la paura comincia a cambiare forma: prima è fisica, immediata, quasi elementare; poco alla volta diventa qualcosa di molto più intimo.
Disponibile su Netflix, “Il gioco di Gerald” è uno dei film meno appariscenti ma più riusciti nati dall’universo letterario di Stephen King. Arrivato in streaming nel 2017, prodotto da Intrepid Pictures, dura 103 minuti ed è diretto da Mike Flanagan, autore che negli anni successivi avrebbe legato ancora più saldamente il proprio nome all’horror psicologico con The Haunting of Hill House, Doctor Sleep e, più recentemente, The Life of Chuck.
“Il gioco di Gerald”
La premessa è semplice, quasi brutale nella sua efficacia. Jessie e Gerald Burlingame, interpretati da Carla Gugino e Bruce Greenwood, attori che dopo qualche anno lavoreranno insieme anche nella miniserie di Flanagan “La caduta della casa degli Usher” raggiungono una casa sul lago sperando di riaccendere un matrimonio ormai logorato. Un gioco erotico lascia Jessie ammanettata al letto. Poi Gerald viene colpito improvvisamente da un malore e muore.
Jessie rimane sola.
Da quel momento Il gioco di Gerald diventa un thriller quasi a camera chiusa, dove lo spazio ristretto non limita il racconto ma finisce per amplificarne la tensione. La stanza smette di essere soltanto una prigione fisica e diventa il luogo in cui paura, memoria e istinto di sopravvivenza cominciano a sovrapporsi.
Un precedente ancora più evidente è Hush – Il terrore del silenzio, diretto da Flanagan nel 2016: anche lì una casa isolata e una protagonista in una condizione di estrema vulnerabilità diventavano sufficienti per costruire tensione. In Il gioco di Gerald, però, lo spazio esterno quasi scompare. La battaglia si combatte soprattutto dentro quella camera.
Il romanzo originale, pubblicato da Stephen King nel 1992, per anni era stato considerato particolarmente difficile da portare sullo schermo. Gran parte del racconto avviene infatti nella mente della protagonista, attraverso ricordi, paure e dialoghi interiori. Mike Flanagan, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Jeff Howard, trova una soluzione cinematografica intelligente: quelle voci assumono corpo e diventano presenze con cui Jessie può confrontarsi.
È una scelta che avrebbe potuto facilmente trasformarsi in un espediente artificioso. Invece regge, soprattutto per merito di Carla Gugino.
L’attrice, che Flanagan avrebbe poi diretto anche in The Haunting of Hill House e come già scritto sopra in The Fall of the House of Usher, sostiene lunghi segmenti del film praticamente da sola e con possibilità fisiche ridottissime. Non può correre, nascondersi o reagire come farebbe la protagonista di un horror tradizionale. Deve lavorare con lo sguardo, la voce, il respiro. Rotten Tomatoes arriva a definire quella di Gugino una prova decisiva per il successo di questo suspense movie di piccola scala.
Ed è qui che il film smette gradualmente di essere soltanto una storia di sopravvivenza.
La prigionia costringe Jessie a confrontarsi con ricordi che aveva tenuto lontani per anni. Flanagan utilizza così l’horror come strumento per parlare di trauma, rimozione e violenza, ma evita di trasformare quei temi in semplice spiegazione psicologica. Ci sono immagini che disturbano, momenti molto duri e almeno una sequenza destinata a mettere alla prova anche chi frequenta abitualmente il genere.
The Guardian, recensendolo all’uscita, sottolineò proprio l’efficacia del racconto legato agli abusi e la capacità del film di mostrare una componente umana insolita rispetto a molto horror contemporaneo, oltre alla prova particolarmente intensa di Gugino.
Chi conosce Mike Flanagan riconoscerà inoltre alcuni elementi che sarebbero diventati quasi una firma. La paura raramente arriva soltanto da ciò che si nasconde nel buio. Arriva dalle persone, dai ricordi, dalla famiglia, dalla difficoltà di guardare qualcosa che si preferirebbe dimenticare. Lo stesso Stephen King, parlando anni dopo del regista, ha evidenziato come Flanagan dia grande importanza ai personaggi e lasci che le componenti horror emergano naturalmente dalle loro storie.
Il risultato piacque molto alla critica. Rotten Tomatoes registra oggi un eccellente 91% di recensioni positive, con un 70% nel Popcornmeter del pubblico. Metacritic assegna al film 77/100, mentre su IMDb la valutazione degli utenti si ferma a 6,5/10 su oltre 143 mila voti.
Questa distanza tra critica e pubblico non sorprende del tutto. Il ritmo è volutamente trattenuto, il film resta a lungo confinato nello stesso ambiente e alcuni passaggi possono risultare più strani che spaventosi. Anche la parte conclusiva divide, perché Flanagan sceglie di conservare elementi del romanzo che altri adattatori probabilmente avrebbero eliminato. Lui stesso ha raccontato di aver voluto rispettare anche l’epilogo controverso immaginato da King.
A quasi dieci anni dall’uscita, però, è proprio la sua stranezza a renderlo ancora interessante. Su Netflix trovi un film che usa una situazione estrema per raccontare qualcosa di molto più difficile da spezzare di un paio di manette. E quando pensi di aver capito quale sia davvero la minaccia, Flanagan riesce ancora a lasciarti qualche dubbio.
