Ci sono serial killer cinematografici costruiti per spaventarti. Poi ce ne sono altri che fanno qualcosa di peggio: entrano in una stanza, sorridono, parlano a bassa voce e sembrano persone delle quali potresti fidarti. È su questa seconda forma di paura che lavora uno dei thriller psicologici su Netflix più inquietanti degli ultimi anni, un film che nel 2022 scelse una strada sorprendentemente sobria per raccontare un caso criminale realmente accaduto.
A distanza di qualche anno vale la pena recuperarlo proprio perché il true crime, nel frattempo, è diventato uno dei generi più consumati dallo streaming. Qui però non troverai compiacimento per l’assassino né una messinscena costruita per trasformarlo in un personaggio affascinante. Netflix mantiene ancora oggi nel catalogo italiano questo dramma crime con Jessica Chastain ed Eddie Redmayne, e forse è proprio adesso il momento giusto per rivederlo con occhi diversi.
“The Good Nurse”
Diretto dal danese Tobias Lindholm, “The Good Nurse” è un film statunitense del 2022, distribuito da Netflix e prodotto da FilmNation Entertainment e Protozoa Pictures, la società fondata da Darren Aronofsky. La sceneggiatura di Krysty Wilson-Cairns, già autrice di 1917 e Ultima notte a Soho, deriva dal libro-inchiesta The Good Nurse: A True Story of Medicine, Madness, and Murder del giornalista Charles Graeber.
La vicenda è quella realmente accaduta di Charles Cullen, infermiere statunitense diventato uno dei più famigerati serial killer nella storia americana, e di Amy Loughren, collega che contribuì in maniera decisiva alle indagini. Le stime sul numero effettivo delle vittime sono rimaste controverse e arrivano, secondo alcune ricostruzioni, fino a diverse centinaia. Lindholm, però, fa una scelta fondamentale: non racconta Cullen come se fosse il protagonista di una leggenda nera. Ed è forse questa la ragione per cui il film continua a funzionare.
Amy, interpretata da Jessica Chastain, lavora nei turni notturni di terapia intensiva e deve contemporaneamente affrontare problemi familiari e una seria condizione cardiaca. Quando nel reparto arriva Charlie, apparentemente premuroso, disponibile e competente, tra i due nasce una confidenza naturale. Cullen entra nella sua quotidianità senza forzature. Poi qualcosa cambia.
Alcune morti anomale cominciano a sollevare interrogativi e quella presenza rassicurante acquista gradualmente un’altra forma. Sarebbe facile, qui, trasformare tutto in un thriller fatto di inseguimenti, improvvisi colpi di scena e musica minacciosa.
Ma Lindholm preferisce scegliere il disagio come taglio narrativo e cinematografico. La macchina da presa resta spesso vicina ai personaggi. La fotografia di Jody Lee Lipes privilegia ambienti ospedalieri freddi, luci artificiali, corridoi e stanze nelle quali anche il silenzio sembra avere un peso. L’ospedale non diventa una casa degli orrori: rimane un ospedale. Ed è precisamente questo a renderlo inquietante.
Eddie Redmayne, premio Oscar per La teoria del tutto e protagonista anche della saga di Animali fantastici, costruisce Cullen evitando quasi sempre l’esibizione. Voce sommessa, postura raccolta, modi gentili. Il pericolo nasce dalla normalità. Soltanto in alcuni momenti quella maschera lascia intravedere qualcosa di diverso, e Redmayne riesce a farlo senza trasformarsi nel classico villain da thriller.
Ancora più centrale è Jessica Chastain, Oscar per Gli occhi di Tammy Faye e già straordinaria in Zero Dark Thirty e Molly’s Game. La sua Amy non è un’eroina cinematografica invulnerabile: è stanca, impaurita, economicamente fragile, fisicamente provata. Eppure decide di andare avanti.
Qui The Good Nurse prende le distanze anche da tanti prodotti true crime contemporanei. L’interesse non riguarda soltanto chi abbia commesso gli omicidi. La domanda progressivamente diventa un’altra: com’è stato possibile che nessuno riuscisse a fermarlo prima?
Il film guarda infatti anche alle responsabilità delle strutture sanitarie e ai meccanismi burocratici che possono mettere la tutela dell’organizzazione davanti alla ricerca della verità. È un elemento decisivo della vicenda reale e una delle ragioni per cui il racconto conserva ancora oggi una forza particolare. Lo stesso Lindholm spiegò di aver visto nella storia anche il ritratto di un sistema capace di disumanizzare le persone.
Non tutto è perfetto. Nella parte centrale il ritmo rallenta e chi cerca un thriller convenzionale potrebbe avvertire una certa freddezza narrativa. Ma è una freddezza in larga parte deliberata. The Hollywood Reporter lo giudicò un true crime coinvolgente ma insolitamente poco manipolatorio, mentre Variety ne sottolineò il tono controllato ed elegante. The Guardian apprezzò soprattutto le interpretazioni trattenute e minuziose dei due protagonisti.
Anche le valutazioni del pubblico restituiscono un quadro interessante: su IMDb il film registra attualmente 6,8/10 su circa 91 mila voti; Rotten Tomatoes indica il 74% di recensioni professionali positive e un 76% di gradimento del pubblico, mentre Metacritic assegna un Metascore di 65/100.
Sono numeri che raccontano bene un film apprezzato senza essere diventato un fenomeno. E forse proprio per questo oggi può essere riscoperto.
Se ami i thriller psicologici costruiti sull’ambiguità e sulle persone prima ancora che sull’azione, su Netflix trovi una pellicola che rinuncia agli effetti facili e lascia una sensazione molto più difficile da scrollarsi di dosso: quella che il male, qualche volta, non abbia bisogno di sembrare minaccioso per essere terribile.
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