All’apparenza potrebbe sembrare l’ennesimo film sul calcio e sui suoi eccessi. In realtà, questa storia usa il pallone come pretesto per raccontare qualcosa di molto più universale: il rapporto tra responsabilità e crescita, tra rabbia e ascolto, tra chi corre troppo veloce e chi ha imparato a fermarsi. Perchè a volte, il talento può trasformarsi in una gabbia e il successo arrivare troppo presto, prima che esista una vera maturità emotiva.
Da questa frattura, più umana che sportiva, nasce “Il campione”, commedia italiana del 2019 diretta da Leonardo D’Agostini, oggi finalmente disponibile su Netflix, pronta a farsi (ri)scoprire da un pubblico ancora più ampio.
Il protagonista è Christian Ferro, giovane promessa del calcio romano, idolo dei tifosi dell’AS Roma, vent’anni e una vita già piena di tutto ciò che dovrebbe rendere felici: contratto milionario, villa con piscina, auto di lusso, una fidanzata influencer sempre pronta a condividere ogni istante. Eppure Christian è irrequieto, arrogante, spesso ingestibile. Il talento lo ha salvato da un’infanzia difficile nel quartiere del Trullo, ma non gli ha insegnato a stare al mondo.
Quando il suo comportamento rischia di compromettere la carriera e l’immagine del club, la società decide una mossa inaspettata: costringerlo a sostenere l’esame di maturità. Per riuscirci, gli affianca un insegnante di liceo, Valerio Fioretti, uomo metodico, silenzioso, lontanissimo dall’universo patinato del calcio professionistico. Accetta l’incarico per un compenso che supera di gran lunga il suo stipendio statale, senza immaginare quanto quell’incontro cambierà entrambi.
Il cuore del film sta tutto nel rapporto tra questi due mondi che si scontrano. Da una parte l’irruenza, l’ego, la paura di fallire mascherata da strafottenza. Dall’altra la pazienza, l’ironia sottile, la fermezza di chi sa che educare significa prima di tutto mettersi in relazione. Andrea Carpenzano interpreta un Christian credibile, nervoso, fragile sotto la superficie da campione. Stefano Accorsi, nei panni del professore Fioretti, è misurato e incisivo, capace di alternare leggerezza e profondità senza mai forzare la mano.
La regia di Leonardo D’Agostini, al suo esordio, evita i toni caricaturali e sceglie una narrazione sobria, fatta di dialoghi ben calibrati e silenzi che parlano più di molte parole. Non è una commedia urlata, ma una storia che cresce scena dopo scena, lasciando spazio alle trasformazioni interiori dei personaggi. È proprio questa scelta a rendere “Il campione” un film che va oltre la risata immediata e resta addosso.
Intorno ai protagonisti ruota un cast di supporto solido, con Ludovica Martino, Mario Sgueglia e Camilla Semino Favro, che contribuiscono a dare spessore a un racconto corale senza mai rubare la scena. La produzione, firmata da Rai Cinema e Groenlandia, ha creduto nel progetto fin dall’inizio, portandolo a ottenere 4 nomination ai Nastri d’Argento, con i premi per Miglior regista esordiente e Miglior produttore, oltre a candidature ai David di Donatello e al Globo d’Oro.
Rivederlo oggi su Netflix significa coglierne ancora di più l’attualità. In un’epoca in cui il successo precoce brucia carriere e persone, “Il campione” invita a rallentare, ad ascoltare, a riconoscere che crescere non è una vittoria da esibire, ma un percorso spesso scomodo.
Un film da recuperare assolutamente, soprattutto se cerchi una commedia italiana capace di emozionare senza retorica e di sorprendere anche lontano dai riflettori del campo da gioco. Non a caso ha conquistato l’84% degli utenti Google, segno di un passaparola che ha funzionato meglio di molte campagne promozionali.
