Disponibile su Prime Video, ecco una serie crime britannica suddivisa in due stagioni, ciascuna con sei episodi, ambientata in Scozia, tra porti, fiumi, acque grigie e corpi ritrovati dove il paesaggio sembra già custodire una parte della verità. La protagonista è Nicola Walker, volto amatissimo della serialità inglese, nei panni dell’ispettrice Annika Strandhed, nuova responsabile della Marine Homicide Unit di Glasgow.

La protagonista che dà il nome alla fiction “Annika”, non entra nelle scene del crimine come chi vuole dominare tutto con una frase a effetto. Arriva, osserva, ragiona. Poi fa una cosa insolita: guarda verso di noi. Parla direttamente allo spettatore, come se avesse bisogno di condividere un pensiero prima ancora di consegnarlo alla squadra. È una scelta che potrebbe sembrare rischiosa, invece diventa subito il tratto più riconoscibile della serie.

Il punto di partenza è semplice, ma efficace: Annika guida un’unità specializzata negli omicidi legati all’ambiente acquatico. Non solo mare aperto, dunque. Anche fiumi, canali, rive, imbarcazioni, pontili. Ogni episodio si apre con un caso diverso, spesso un cadavere recuperato dall’acqua o trovato in un luogo dove l’acqua ha cancellato, spostato, nascosto qualcosa. La serie usa questo elemento non come sfondo turistico, ma come materiale narrativo: l’acqua confonde, restituisce pezzi, non spiegazioni.

Creata da Nick Walker, la serie nasce da un precedente progetto radiofonico di BBC Radio 4 incentrato sul personaggio di Annika Strandhed. In televisione il meccanismo diventa più visivo e più personale: Annika è un’investigatrice di origini norvegesi, trasferita in Scozia, alle prese con casi duri e con una vita privata tutt’altro che ordinata.

Ogni puntata propone un’indagine, un ambiente, una vittima e una rete di sospetti. Però la serie non vive soltanto del “chi è stato?”: il vero aggancio è Annika. Il suo modo di leggere i casi passa spesso attraverso la letteratura, i miti, le storie che gli esseri umani si raccontano da secoli per dare un ordine al caos. Può partire da Ibsen, da Melville, da una figura mitologica o da una riflessione laterale. Non lo fa per sembrare brillante. Lo fa perché quella è la sua forma mentale.

Intorno a lei si muove una squadra che funziona senza troppe pose. C’è Michael McAndrews, interpretato da Jamie Sives, collega con cui Annika condivide un passato non del tutto risolto. C’è Tyrone Clarke, volto di Ukweli Roach, più pragmatico, spesso utile a riportare il lavoro sul terreno concreto. E c’è Blair Ferguson, interpretata da Katie Leung, parte di un gruppo investigativo che deve imparare a seguire il ritmo molto personale della nuova responsabile. Il team è chiamato a occuparsi di omicidi commessi o scoperti lungo le acque scozzesi. A dare alla serie una sfumatura diversa è anche il rapporto tra Annika e sua figlia Morgan, interpretata da Silvie Furneaux.

Grazie a Prime Video, Annika  restituisce bene la frenesia di certi thriller moderni in cui la protagonista parla al pubblico e rompe la quarta parete, una scelta che diversi commentatori hanno indicato come uno degli elementi più originali di questa piacevole serie da non perdere.

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