Il pericolo, in certi thriller, non arriva da un assassino nascosto nell’ombra ma nasce dalla convinzione di avere tutto sotto controllo. Un lavoro da fare meglio degli altri, una procedura che non può fallire, una situazione da risolvere a qualsiasi costo: basta poco perché la competenza diventi ossessione e il confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è cominci a scomparire.
Nel catalogo di Prime Video si incontrano film molto diversi per ambientazione e ritmo, ma attraversati dalla stessa inquietudine. I loro protagonisti non partono necessariamente come criminali o uomini violenti. Sono persone che credono nel proprio metodo, nella propria capacità di leggere gli altri e, soprattutto, nell’idea di poter decidere fin dove spingersi.
È proprio quando quella sicurezza si incrina che questi thriller psicologici diventano più interessanti. La notte di Los Angeles, i canali anonimi usati dagli informatori, un centralino d’emergenza quasi vuoto: tre spazi nei quali il potere passa attraverso immagini, informazioni e parole.
“Lo sciacallo – Nightcrawler”

La notte di Los Angeles diventa un territorio di caccia quando Louis Bloom scopre che incidenti, aggressioni e tragedie possono avere un prezzo. In “Lo sciacallo – Nightcrawler”, Jake Gyllenhaal interpreta un uomo ai margini che trova casualmente la propria occasione osservando i videoreporter freelance correre sulle scene della cronaca nera prima ancora che arrivino televisioni e curiosi.
Diretto da Dan Gilroy, il film costruisce intorno a Louis uno dei personaggi più disturbanti del thriller contemporaneo. Non è impulsivo, non procede per scatti di rabbia: studia, impara, pianifica. Compra una telecamera, assume Rick, interpretato da Riz Ahmed, e comincia a vendere immagini sempre più crude a Nina Romina, direttrice di un notiziario locale cui dà volto Rene Russo.
La vera svolta arriva quando documentare ciò che accade non basta più. Louis comprende che una scena può essere resa più efficace, che una posizione può essere modificata, che arrivare prima significa anche avere il tempo di manipolare ciò che gli altri vedranno dopo.
Il film conserva una forza particolare perché non racconta soltanto l’avidità di un uomo. Mostra un sistema che riconosce immediatamente il valore economico della sua mancanza di scrupoli. Più Louis oltrepassa il limite, più diventa bravo nel lavoro che si è inventato.
“Relay: Informazioni pericolose”
Ash vive grazie alle regole. Non incontra quasi mai direttamente le persone che protegge, non lascia tracce inutili e costruisce ogni comunicazione attraverso procedure studiate per impedire che qualcuno possa raggiungerlo.
Sempre nel catalogo di Prime video puoi trovare “Relay: Informazioni pericolose”, dove Riz Ahmed interpreta un intermediario specializzato nelle trattative più delicate: mette in contatto informatori in possesso di documenti compromettenti con aziende disposte a tutto pur di recuperarli.
La regia di David Mackenzie evita il thriller d’azione più tradizionale e preferisce telefoni, camere d’albergo, sorveglianza, percorsi anonimi e piccoli segnali capaci di cambiare improvvisamente il senso di una scena.
L’equilibrio costruito da Ash comincia a cedere quando entra nella sua vita Sarah, interpretata da Lily James. La donna possiede informazioni pericolose e teme di essere seguita. Quello che dovrebbe essere un incarico gestito a distanza costringe progressivamente l’uomo a esporsi, fino a violare proprio il codice che gli ha permesso di restare invisibile. Nel cast compare anche Sam Worthington.
Qui il limite non viene superato per avidità, come accade a Louis Bloom. Nasce da qualcosa di quasi opposto: il momento in cui un professionista abituato a controllare ogni variabile scopre che le persone non possono essere trattate come parti di una procedura.
Il fascino del film sta proprio in questa perdita graduale di sicurezza. Più Ash cerca di recuperare il controllo, più diventa evidente che il suo sistema perfetto dipendeva da una condizione impossibile da conservare per sempre: non lasciarsi coinvolgere.
“Il colpevole – The Guilty”

Una stanza, un telefono e quasi nessuna immagine del mondo esterno. Gustav Möller costruisce così un thriller di appena 85 minuti nel quale l’intera realtà viene filtrata attraverso ciò che un uomo ascolta e, soprattutto, attraverso ciò che decide di credere.
In “Il colpevole – The Guilty”, Asger Holm, interpretato da Jakob Cedergren, è un agente di polizia temporaneamente assegnato al centralino delle emergenze. Quando riceve la telefonata di una donna che sembra essere stata rapita, comincia a ricostruire il caso usando voci, rumori, silenzi e poche informazioni frammentarie.
Il problema è che Asger non si limita ad ascoltare. Interpreta. Completa ciò che non conosce, distribuisce ruoli, individua una vittima e un colpevole, impartisce ordini. Più si convince di avere compreso quello che sta accadendo, più diventa aggressivo nel tentativo di piegare la realtà alla propria ricostruzione.
È il film che porta più lontano il tema comune agli altri due: il bisogno di controllo può essere pericoloso anche quando nasce dalla convinzione di fare la cosa giusta.
Il thriller non ha bisogno di mostrare inseguimenti o violenza per creare tensione. Basta osservare un uomo che ascolta una voce al telefono e, lentamente, comprende che sapere meno di quanto immaginava può essere molto più spaventoso del non sapere nulla.
