Su Prime Video, c’è un film thriller che ti trascina dentro un’indagine con un’atmosfera torbida, nervosa, quasi tossica, che lascia intuire fin dall’inizio come la scomparsa al centro della storia sia solo la porta d’ingresso di qualcosa di molto più ambiguo.
“Black Tide” (il titolo originale è Fleuve noir) è un film francese diretto da Érick Zonca ed è tratto dal romanzo The Missing File dello scrittore israeliano Dror Mishani. Tra i protagonisti in primo piano figurano Vincent Cassel volto noto del cinema d’Oltralpe che porta con sé un curriculum che pesa: da L’odio a Il cigno nero, fino vittoria del César come miglior attore per Mesrine. Al suo fianco ecco Romain Duris amato per la sua interpretazione ne L’appartamento spagnolo, e Sandrine Kiberlain premiata col Cesar come migliore attrice per Elle l’adore.
La trama parte da un’assenza: Dany Arnault, adolescente apparentemente senza ombre vistose, scompare nel nulla. A occuparsi del caso è François Visconti, commissario di polizia stanco, alcolico, irregolare in tutto a cui presta il volto Vincent Cassel.
Non insomma il classico detective brillante e lucidissimo, ma un uomo sfilacciato, spesso sgradevole, che cerca una verità mentre la sua stessa vita sembra perdere pezzi. Intorno a lui ci sono la madre del ragazzo, smarrita e opaca, interpretata da Sandrine Kiberlain, e soprattutto Yann Bellaile, il professore privato di francese del ragazzo, figura colta, ambigua, insinuante, uno di quei personaggi che in scena cambiano subito il peso dell’aria portato sulle scene da Romain Duris.
Perché la pellicola intriga? Perché non corre ed ogni elemento che dovrebbe chiarire finisce invece per confondere di più. Le piste si moltiplicano, i comportamenti diventano sospetti, i racconti non combaciano mai del tutto.
C’è l’ipotesi della fuga, ci sono zone d’ombra nei rapporti familiari, c’è la sensazione crescente che tutti, in un modo o nell’altro, stiano nascondendo qualcosa. E soprattutto c’è il rapporto disturbante tra Visconti e Bellaile, che diventa uno dei veri motori della trama. Non è solo il classico faccia a faccia tra investigatore e possibile colpevole. È una specie di duello storto, fatto di provocazioni, intuizioni, manipolazioni e continui slittamenti. Più il film va avanti, più diventa difficile capire chi stia conducendo davvero il gioco.
Il bello di Black Tide sta proprio qui: invece di offrire allo spettatore un percorso lineare, lo costringe a stare dentro un territorio instabile. La scomparsa del ragazzo resta il centro della storia, certo, ma il film allarga continuamente il suo raggio, tra ossessioni, solitudini, fallimenti personali di adulti che si muovono in un paesaggio morale sempre più fangoso.
Visconti indaga, ma intanto affonda. Bellaile appare, svanisce, si riposiziona. La madre del ragazzo, con il suo dolore trattenuto, alimenta altri dubbi invece di scioglierli. Il risultato è un noir che non cerca tanto il colpo di scena pulito quanto una tensione più vischiosa, più psicologica, più inquieta.
Selezionare Black Tide su Prime Video questa sera significa affrontare un thriller francese più sporco che patinato, più interessato alla tensione umana che all’enigma perfetto, un thriller che riesce a far sentire l’inquietudine senza spiegarte tutto troppo in fretta.
Érick Zonca, che molti ricordano per La vita sognata degli angeli, costruisce il film con un gusto cupo e irregolare, senza levigare troppo gli spigoli. È una scelta che può dividere, ma che dà personalità al racconto, che preferisce restare scomodo piuttosto che cercare l’eleganza, preferisce far sentire il peso dell’alcol, della paranoia, del sospetto che si attacca alle persone e ai luoghi.
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